L’inconscio digitale: le insidie nascoste dietro challenge e realtà virtuale

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  • Le challenge amplificano la visibilità personale, creando pressione sociale tra i giovani.
  • La «BlackOut Challenge» e la «Hanging Challenge» evidenziano i rischi dei trend virali.
  • L'uso passivo dei social media è correlato alla diminuzione del benessere soggettivo.
  • La RV offre ambienti immersivi per trattare disturbi mentali, come dimostrato dallo studio Santagostino Psiche del 2022.
  • La psicoeducazione mira a migliorare l'adesione al trattamento, come il corso IGEACPS di 36 ore.

Con l’emergere di Internet e la rapidissima espansione delle tecnologie digitali si è assistito a un cambiamento radicale del nostro modo di vivere. Questa metamorfosi non solo ha fornito opportunità straordinarie per stabilire connessioni e accedere a informazioni precedentemente impensabili, ma ha anche svelato nuove dimensioni dell’inconscio collettivo e individuale. Le modalità con cui percepiamo il mondo intorno a noi sono state influenzate in maniera sottile ma sostanziale; esse plasmano le nostre riflessioni interiori così come le manifestazioni esteriori dei nostri sentimenti. Elementi come le sfilate sui social media, l’interazione nella realtà virtuale o ancora i corsi motivazionali online possono apparire dissimili nelle loro intenzioni originali; nondimeno esercitano tutti una potenza incisiva sul nostro stato mentale nell’ambito di un contesto globale sempre più interconnesso.

Le challenge, o sfide sociali che ormai dominano il panorama soprattutto giovanile contemporaneo, rappresentano emblematicamente questa nuova concezione dell’visibilità personale così come della necessaria accettazione sociale nell’epoca digitale odierna. Malgrado sia del tutto naturale per gli adolescenti avere voglia di mettere alla prova se stessi insieme ai coetanei, è evidente che l’amplificazione offerta dai canali mediatici ha donato a queste esperienze una risonanza senza precedenti nella storia sociale moderna.

Approfondimento: Le sfide sociali esistono da prima della digitalizzazione, ma oggi sono amplificate dal bisogno di approvazione sociale. Ad esempio, il “BlackOut Challenge” e la “Hanging Challenge” dimostrano la pericolosità di alcuni trend virali, molto al di là degli intenti iniziali.

La ricerca di “like” e commenti diventa un motore potente per l’emulazione, creando una pressione tra pari che può portare a comportamenti rischiosi. Non tutte le challenge sono nocive, molte nascono con scopi benefici o creativi, spesso promosse da piattaforme come TikTok. Tuttavia, non possiamo ignorare l’esistenza di sfide estreme, come la “BlackOut Challenge” o la “Hanging Challenge”, che, sebbene non sempre acclarate nella loro diffusione, rimandano a fenomeni passati come la “Blue Whale Challenge” del 2019, capaci di suggestionare i giovani verso pratiche di autolesionismo e azioni pericolose, finanche il suicidio.

L’assenza di evidenze certe sulla correlazione tra suicidio e partecipazione a tali sfide non sminuisce la potenziale vulnerabilità degli adolescenti, le cui fragilità possono facilmente essere accentuate da una suggestione mediata.

La “datificazione” della vita dei bambini, ossia la registrazione e condivisione costante della loro esistenza online, unita all’aumento della fruizione di ambienti digitali, in particolare per la fascia under 10 durante la crisi di Covid-19, solleva questioni cruciali sulla percezione delle conseguenze reali delle proprie azioni e sulla necessità di un robusto supporto educativo da parte degli adulti. La mancanza di competenze digitali espone i più giovani a rischi e vulnerabilità che la comunità educante è chiamata ad affrontare con urgenza e forza, anche considerando che l’età minima per l’iscrizione ai social, fissata a 14 anni (o 13 con il consenso genitoriale), spesso non viene rispettata o verificata. È un dato di fatto che l’utilizzo passivo dei social è correlato con la diminuzione del benessere soggettivo, un effetto che si manifesta nel lungo periodo, evidenziando come l’interazione con questi strumenti abbia un impatto prolungato e profondo sulla nostra psiche.

La realtà virtuale: un ponte tra mondi e le sue ombre psicologiche

La realtà virtuale (RV) emerge come una delle tecnologie più promettenti e, al contempo, più sfidanti per la comprensione della psiche umana. Definita come un mondo che si colloca tra la nostra realtà e la nostra immaginazione, la RV ha il potenziale di trasformare radicalmente l’esperienza umana, con applicazioni che spaziano dal marketing alla formazione, dalla medicina alla psicoterapia.

Recenti ricerche hanno dimostrato che gli interventi in realtà virtuale possono favorire la gestione di disturbi mentali e dell’ansia, evidenziando l’efficacia delle simulazioni in ambienti controllati e guidati.

Nel campo della psicologia e della psicoterapia, la RV è considerata il futuro, capace di offrire un ambiente immersivo per la valutazione e il trattamento di diversi disturbi mentali. La sensazione di “presenza” garantita dalla RV la rende uno strumento prezioso per la gestione di fobie, ansia, stress post-traumatico e per lo sviluppo di abilità sociali. Studi recenti, come quello del Santagostino Psiche del 2022, hanno dimostrato che l’esperienza in realtà virtuale può influenzare positivamente lo stato emotivo dei soggetti, aiutandoli a gestire le proprie emozioni.

Tuttavia, l’influenza della realtà virtuale sulla psiche non è esente da rischi. Le problematiche attuali includono la cybersickness, una forma di malessere simile al mal di mare, la disforia dell’identità personale e il disturbo da dissociazione della realtà. A lungo termine, un’immersione prolungata e indisturbata nel virtuale può portare a sentimenti di inadeguatezza, inferiorità, depressione e ansia nel confronto con la realtà fisica. La costruzione di un sé di facciata, un “personaggio virtuale” che è spesso idealizzato e distante dalla propria identità reale, è un rischio significativo.

Secondo una panoramica recente, gli strumenti digitali come la realtà virtuale possono abbattere le barriere all’accesso ai servizi di salute mentale, favorendo una maggiore partecipazione e riducono lo stigma associato a questi trattamenti.

Questa dinamica può alimentare una distorsione dell’autostima e del senso di sé, in ogni fascia d’età, dagli adolescenti agli adulti. L’immediatezza dei messaggi online e l’illusione di una compagnia costante, anche quando si è fisicamente soli, contribuiscono a creare un senso di disconnessione dalla realtà. Inoltre, il web può amplificare dinamiche di violenza e rabbia, facilitando la loro espressione senza un’adeguata elaborazione emotiva. L’utilizzo patologico del virtuale, in alcuni casi, può anche essere una conseguenza o un tentativo di arginare stati ansiosi, depressivi o psicotici preesistenti.

L’obiettivo della psicoterapia, in questo contesto, è ristabilire un equilibrio sano tra il mondo virtuale e quello offline, aiutando l’individuo a riconnettersi con la propria sofferenza in modo costruttivo e a trasformare le proprie abitudini digitali in percorsi di arricchimento personale.

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Webinar motivazionali: stimoli per il cambiamento o semplici illusioni?

I webinar motivazionali, insieme ai corsi di psicoeducazione, rappresentano un’ulteriore sfaccettatura dell’impatto digitale sulla nostra psiche.

Questi strumenti, erogati online, si propongono di fornire basi teoriche e applicative per favorire il benessere e la propensione al cambiamento, ad esempio attraverso il colloquio motivazionale (CM).

Il colloquio motivazionale (CM), in particolare, è una tecnica ampiamente utilizzata per facilitare il processo di cambiamento, offrendo una soluzione valida per stimolare l’individuo verso nuovi obiettivi. Seminari di questo tipo approfondiscono meccanismi psicologici, permettendo ai partecipanti di comprenderli e, idealmente, dominarli. Un esempio è il corso “Mastering Motivation”, previsto tra il 20 marzo e il 17 aprile 2025 su piattaforma Zoom, che mira ad aumentare la spinta motivazionale per raggiungere i propri obiettivi. Similmente, corsi come quello sulla “Psicoeducazione e Potenziamento Motivazionale” dell’IGEACPS, della durata di 36 ore (una di apprendimento e 30 di studio personale), mirano ad educare pazienti e famiglie sulla natura della sofferenza psicologica, migliorando l’adesione al trattamento e la propensione al cambiamento.

Questi interventi hanno la capacità di adattarsi a diversi contesti – clinico, educativo-scolastico, riabilitativo, lavorativo – e di rispondere a problematiche specifiche, rispettando le differenze individuali. Gli obiettivi della psicoeducazione sono vari: dalla promozione di una maggiore comprensione delle tecniche psicologiche, alla gestione di pazienti psichiatrici e al coinvolgimento attivo delle famiglie nel percorso terapeutico.

In età evolutiva, la psicoeducazione si applica nei contesti didattici e nei disturbi comportamentali, integrando approcci cognitivo-comportamentali con quelli evolutivi e relazionali.

L’efficacia di questi programmi è supportata da studi basati su pratiche evidenziate in letteratura scientifica, che mirano a promuovere un migliore funzionamento sociale, individuale e interpersonale. Centrale è il potenziamento motivazionale, una tecnica volta ad incrementare l’impegno verso cambiamenti comportamentali e psicologici complessi, attraverso l’ascolto riflessivo, l’aumento della consapevolezza e il supporto del senso di autoefficacia.

I webinar e i corsi online, dunque, non si limitano a fornire informazioni, ma cercano di creare un ambiente propizio al cambiamento, esplorando il ruolo delle aspettative nel migliorare l’aderenza al trattamento e le strategie per superare le difficoltà pratiche.

L’obiettivo è duplice: elicitare un atteggiamento positivo al trattamento e sviluppare una più forte alleanza terapeutica, pur in un contesto mediato.

Riflessioni sull’inconscio nell’era digitale

L’epoca digitale con le sue infinite connessioni e i suoi mondi virtuali offre una lente d’ingrandimento inaspettata sull’inconscio, sia esso individuale o collettivo. La velocità con cui le informazioni e le emozioni si propagano online, l’immediatezza delle interazioni e la possibilità di costruire identità multiple e spesso idealizzate, tutto questo esercita un’influenza non trascurabile sulla nostra psiche più profonda.

A livello basilare della psicologia cognitiva e comportamentale, è fondamentale riconoscere come la nostra attenzione sia una risorsa finita. L’esposizione costante a stimoli digitali, specie quelli emotivamente carichi come le challenge sui social media, può sovraccaricare il nostro sistema cognitivo, portando a una sorta di “affaticamento decisionale” o a una riduzione della capacità di elaborazione profonda. Questo processo influisce sul nostro inconscio, rendendo più permeabili ai messaggi suggestivi, amplificando dinamiche di emulazione e riducendo la nostra capacità di pensiero critico autonomo.

Studi recenti dimostrano che comportamenti dannosi come quelli legati alle challenge si diffondono facilmente tra i giovani, evidenziando la vulnerabilità dell’inconscio collettivo nell’era digitale.

Da un punto di vista più avanzato, la psicoanalisi nell’era digitale si trova a esplorare nuove forme di transfert e controtransfert. La relazione terapeutica, mediata da uno schermo, pur offrendo nuove possibilità di accesso alla cura, solleva questioni complesse sulla formazione del legame, sulla percezione dell’altro e sull’espressione delle dinamiche inconsce.

La disforia dell’identità personale o la dissociazione dalla realtà, provocate dall’immersione nella realtà virtuale, possono essere viste non solo come disturbi, ma anche come nuove manifestazioni di conflitti inconsci legati alla costruzione del sé in un mondo sempre più frammentato e privo di confini netti.

La possibilità di creare un “sé di facciata” online, ideale ma non autentico, rispecchia un’antica dinamica difensiva dell’Io, ora amplificata e resa tangibile dalla tecnologia.

La sfida per ciascuno di noi, in questo scenario in continua evoluzione, è quella di non perdere il contatto con la propria autenticità. È essenziale coltivare una consapevolezza critica nell’uso degli strumenti digitali, interrogandosi non solo su cosa consumiamo online, ma soprattutto su come questo consumo ci trasforma a un livello profondo e spesso inconsapevole. La ricerca di un equilibrio tra la ricchezza del mondo virtuale e la concretezza della realtà fisica diventa un percorso individuale e collettivo.

In questo viaggio, la conoscenza della propria psiche, la capacità di discernere tra l’illusione e la realtà, tra la connessione autentica e la mera visibilità, si rivelano bussole indispensabili per navigare indenni in un’epoca di straordinarie opportunità ma anche di inediti pericoli per la salute mentale.

Glossario

  • Inconscio collettivo: teoria di Carl Jung secondo cui esistono contenuti psichici condivisi da tutti gli esseri umani, manifestati attraverso archetipi e miti.
  • Cybersickness: stato di disagio che affligge taluni utenti nel corso dell’esperienza nella realtà virtuale, evocando sensazioni simili a quelle del mal di mare.
  • Blue Whale Challenge: provocatoria e inquietante sfida virale che ha stimolato azioni autolesionistiche fra i giovanissimi.

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