Crisi d’identità post-pandemia: come il lavoro ibrido sta cambiando la percezione di sé

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  • Il 25% delle persone ha segnalato un aumento della solitudine durante la pandemia.
  • L'adozione del lavoro ibrido ha incrementato del 40% i casi di burnout.
  • Aumento di coesione tra certi rapporti già instaurati, ma prospettiva più limitata.

La genesi di un mutamento profondo

Nell’attuale periodo storico ci troviamo indubbiamente immersi in una profound transformation dei principi fondamentali sia a livello sociale che personale; questo cambiamento è stato scatenato ed intensificato da eventi su scala mondiale. In modo specifico, la pandemia ha funzionato come uno stimolo imprevisto che ha costretto miliardi di persone ad affrontare una realtà profondamente modificata: tale mutazione coinvolge non soltanto il piano superficiale delle esperienze quotidiane, ma incide anche sulle più profonde dinamiche psicologiche dell’individuo. Più che aspirare a ritornare a quella “normalità” pre-Covid tanto agognata, ci troviamo ad esplorare scenari completamente nuovi nei quali i modelli mentali preesistenti sono frequentemente obsoleti. Trasformazioni notevoli hanno investito ambiti cruciali come il mercato del lavoro, le strutture sociali e i rapporti interpersonali; l’individuo si ritrova quindi al cuore stesso della identity crisis that requires careful and multifaceted analysis. Questo rappresenta senz’altro un tema cruciale all’interno del contesto contemporaneo della psicologia cognitiva ed emotiva poiché esso permea aspetti fondamentali relativi alla salute mentale sia collettiva sia personale, inducendo nuove problematiche da affrontare per quanto concerne medicina e comunità sociale.


Il meccanismo di questa crisi affonda le radici nella discontinuità brusca imposta dalla pandemia. Immaginate un treno che, pur viaggiando su binari noti, si ritrovi improvvisamente su un percorso del tutto sconosciuto. Molti degli assiomi che guidavano il nostro senso del sé – la routine lavorativa, le relazioni sociali consolidate, perfino la percezione del proprio corpo nel mondo – sono stati messi in discussione. Il lavoro remoto, ad esempio, divenuto per molti una necessità impellente, ha mutato non solo le modalità operative ma anche la percezione del valore del proprio operato e il senso di appartenenza ad un’organizzazione. Questo ha comportato un’erosione progressiva dei confini tra la sfera professionale e quella privata, con conseguenze spesso sottovalutate sulla salute mentale. La costante richiesta di “essere sempre connessi” ha generato, in molti, un senso di affaticamento digitale cronico, difficile da dissipare. Le ore dedicate al lavoro si sono estese oltre i confini tradizionali, erodendo lo spazio per la ricreazione, il riposo e le relazioni personali, elementi essenziali per la costruzione di una sana identità. Parallelamente, la digitalizzazione accelerata ha ridefinito il tessuto delle nostre interazioni sociali. Se da un lato ha offerto un prezioso canale di connessione in tempi di isolamento, dall’altro ha introdotto nuove dinamiche, a volte superficiali, a volte pervasive. Le relazioni mediate dagli schermi, pur essendo una risorsa, spesso mancano della ricchezza sensoriale e contestuale delle interazioni dirette, lasciando un vuoto che si ripercuote sulla qualità percepita dei legami. Si è assistito, in taluni casi, a un incremento del senso di solitudine, paradossalmente accentuato dalla iper-connessione digitale, dove la mole di informazioni e contatti virtuali non sempre si traduce in un senso di appartenenza reale e profondo.

Una recente ricerca ha evidenziato che il 25% delle persone ha segnalato un aumento della solitudine durante la pandemia, portando a una crescita dei casi di ansia e depressione. [Il Sole 24 Ore]

Questi elementi si combinano per creare un terreno fertile per l’emergenza di ansia, depressione e disturbi del sonno, manifestazioni tangibili di un disagio identitario che si fa strada silenziosamente. Nella contemporaneità, la psicologia comportamentale deve affrontare una sfida cruciale: esaminare in che modo le recenti modalità di interazione stiano influenzando, in un arco temporale esteso, le reazioni emotive e cognitive delle persone.

Cosa ne pensi?
  • Articolo molto interessante, soprattutto riguardo la resilienza psicologica......
  • Non sono d'accordo: si colpevolizza troppo il lavoro ibrido......
  • 🤔 Il vero problema è la narrazione del sé che abbiamo interiorizzato......

Le metamorfosi del sé nel labirinto del nuovo precariato e del lavoro ibrido

La transizione verso un modello lavorativo sempre più flessibile e, per certi versi, precario, ha scosso dalle fondamenta le aspettative e le sicurezze che per decenni hanno sorretto il senso di identità professionale di molti. La stabilità del posto fisso, un tempo pilastro della costruzione del sé e della proiezione futura, è oggi un miraggio per un numero crescente di individui, soprattutto tra le nuove generazioni. Questo scenario ha generato una frustrazione diffusa e un senso di incertezza cronica, che si ripercuotono direttamente sulla salute mentale.

Fattori causali Effetti sulla salute mentale
Precarietà lavorativa Aumento di ansia e stress
Incertezza professionale Depressione e burnout
Sovrapposizione tra vita lavorativa e personale Isolamento sociale

Non poter contare su una traiettoria professionale definita, dover navigare in un mercato del lavoro volatile, significa per molti dover rinegoziare costantemente la propria identità, adattandosi a ruoli e contesti diversificati, spesso senza un reale senso di progressione o realizzazione. Gli studi evidenziano come questa precarietà percepita sia strettamente correlata a un aumento dei livelli di stress, ansia e perfino a sintomi depressivi, poiché mina uno dei bisogni umani fondamentali: quello di sicurezza e prevedibilità.

Il fenomeno del lavoro ibrido, pur garantendo maggiore flessibilità, ha introdotto ulteriori complessità nella percezione del sé. Se da un lato offre la possibilità di bilanciare meglio vita professionale e privata, dall’altro richiede una maggiore autodisciplina e una capacità di auto-regolazione che non a tutti sono innate. La mancanza di una chiara demarcazione spaziale e temporale tra casa e ufficio può portare a una sovrapposizione identitaria, dove i ruoli personali e professionali si fondono, rendendo difficile staccare la spina e rigenerarsi.

Un report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità ha mostrato che l’adozione improvvisa del lavoro ibrido ha portato a un incremento del 40% dei casi di burnout a livello globale. Questa fluttuazione continua, se non opportunamente controllata dall’individuo stesso, potrebbe sfociare in quello stato di burnout latente che porta alla disconnessione progressiva dalle esigenze intime dell’individuo; così si sacrifica il proprio equilibrio psicofisico per inseguire una produttività che risulta frequentemente vana. Il fenomeno della solitudine associato allo smart working ha accentuato questa situazione: l’assenza delle interazioni informali all’interno del luogo lavorativo riduce i legami sociali vitali ed elimina talune occasioni benefiche per lo sfogo emotivo. Ciò intensifica il sentimento d’isolamento e complica ulteriormente la crisi dell’identità personale.

In aggiunta a ciò, le attuali evoluzioni dei rapporti sociali riguardano anche il privato; infatti quest’ultimo ha subito anch’esso gli effetti devastanti della mutazione silenziosa causata dalla pandemia stessa. Le limitazioni imposte durante tale periodo storico hanno condotto a una vera e propria trasformazione delle reti relazionali, incrementando notevolmente l’importanza dei legami familiari mentre assistiamo al deterioramento della rete sociale esterna alle mura domestiche. Tale fenomeno ha prodotto esiti ambivalenti: da un lato, si è registrato un aumento di coesione tra certi rapporti già instaurati, mentre dall’altro, un gran numero di individui si è trovato costretto a fare i conti con una prospettiva più personale e limitata riguardo alla propria socializzazione, evidenziando in alcune circostanze mancanze o malcontenti precedentemente latenti.

L’impatto sulla percezione di sé e sui valori personali

Uno degli aspetti più cruciali di questa crisi identitaria post-pandemica risiede nella profonda rinegoziazione della percezione di sé e dei valori che guidano le nostre esistenze. La congiuntura globale ha agito come uno specchio implacabile, riflettendo le fragilità preesistenti e spingendo molti a una introspezione forzata. Ci siamo ritrovati a mettere in discussione priorità che prima davamo per scontate: il successo professionale a tutti i costi, la corsa incessante al consumo, la ricerca di un’approvazione esterna. Molti hanno riscoperto l’importanza della salute, delle relazioni autentiche, del tempo libero e della ricerca di un significato più profondo nella propria vita.


Questo processo di rivalutazione può portare a un conflitto interno, dove le vecchie convinzioni e i nuovi valori si scontrano, creando un forte senso di disorientamento. [La Repubblica]

Le ricerche psicologiche hanno iniziato a evidenziare come questa rinegoziazione sia un processo complesso, spesso accompagnato da un amplificazione di sintomi ansiosi e depressivi, oltre che da un aumento del livello generale di stress percepito. Quando i valori fondamentali che informano la nostra identità vengono scossi, l’individuo può sperimentare un senso di vuoto o di mancanza di scopo. Le domande “Chi sono?” e “Cosa voglio veramente?” risuonano con una nuova urgenza, spingendo a una ricerca, talvolta dolorosa, di nuove risposte.

Un dato interessante emerge dall’aumento delle persone che, post-pandemia, hanno deciso di cambiare radicalmente carriera o stile di vita. Questo fenomeno, noto come “Great Resignation” o, più precisamente, “Great Rethink”, non è solo una tendenza economica ma un chiaro indicatore di una profonda revisione identitaria e valoriale in atto.

La digitalizzazione accelerata, pur offrendo nuove opportunità, ha contribuito a questa ridefinizione del sé attraverso la costruzione di identità digitali. L’alter ego virtuale, spesso curato e filtrato, rischia di creare un divario tra la persona reale e la sua rappresentazione online, generando una tensione interna e un senso di non autenticità. La costante esposizione a vite altrui, spesso idealizzate sui social media, può alimentare la comparazione sociale e la insoddisfazione personale, elementi che erodono l’autostima e complicano la ricostruzione di un’identità solida e autentica.

La domanda di supporto psicologico è aumentata esponenzialmente negli ultimi anni, segno di una crescente consapevolezza delle fragilità identitarie post-pandemia.

È fondamentale riconoscere che la salute mentale è intrinsecamente legata a questo processo di costruzione e rinegoziazione identitaria. I traumi, anche quelli collettivi e meno evidenti, come la minaccia costante di un virus invisibile o l’interruzione di routine e certezze, lasciano cicatrici psicologiche che richiedono tempo e consapevolezza per essere elaborate. Non è un caso che la medicina corretta alla salute mentale si trovi, dunque, di fronte alla sfida di sviluppare nuove strategie di intervento che tengano conto di questa complessa interazione tra eventi esterni e processi identitari interni.

Riscrivere la mappa del sé: strategie per un futuro resiliente

Navigare la complessità di una crisi di identità così pervasiva richiede un approccio multidisciplinare e, soprattutto, una consapevolezza individuale e collettiva delle sue manifestazioni. La ricostruzione di un senso di sé stabile e significativo non è un compito da poco, ma esistono percorsi e strategie che possono facilitare questo viaggio. Innanzitutto, è fondamentale riconoscere che il processo di cambiamento è intrinseco alla vita stessa, e che l’identità non è un monolite immutabile, bensì una costruzione dinamica, in continua evoluzione. Accettare questa fluidità può essere il primo passo per affrontare le sfide attuali senza soccombere alla paralisi o al disorientamento.

Tra le strategie utili si annoverano: la mindfulness, che aiuta a focalizzarsi sul presente; il rafforzamento delle relazioni significative, e lo sviluppo di nuove competenze e interessi.

Una strategia cruciale risiede nel coltivare la resilienza psicologica. Questo concetto concerne più l’agilità nell’adattarsi alle situazioni avverse piuttosto che una mera immunità al dolore o alle sfide. È la resilienza quella facoltà da nutrire mediante pratiche variegate: per esempio, la mindfulness, una disciplina preziosa per rimanere saldamente radicati nel presente ed esaminare senza pregiudizio i propri pensieri ed emozioni; così come il valore intrinseco delle relazioni significative, le quali fungono da sostegno emotivo in momenti critici; infine, riveste grande importanza anche la ricerca attiva di un significato nelle esperienze vissute, incluse quelle dolorose.

Ad esempio, imparando a discernere ciò su cui abbiamo effettivamente potere dalle circostanze fuori dal nostro controllo, principio cardine della filosofia stoica. Questa pratica consente di mitigare l’ansia generando maggiore autonomia personale. Inoltre, l’intervento specialistico tramite psicoterapia fornisce uno spazio protetto in cui immergersi nella complessità dei propri meccanismi interni, lavorando sui traumi passati, sviluppandosi in nuove modalità operative. Nell’ambito professionale così come nei rapporti interpersonali risulta cruciale incentivare atmosfere capaci di favorire il benessere psicologico individuale. Ciò significa, ad esempio, per le aziende, implementare politiche di lavoro ibrido che siano realmente sostenibili, che garantiscano il diritto alla disconnessione e che promuovano una cultura di trasparenza e fiducia.

Evidenze suggeriscono che politiche aziendali di flessibilità e supporto psicologico possano incrementare la soddisfazione e la produttività dei lavoratori.

Per gli individui, significa investire nella qualità delle proprie relazioni – sia online che offline – privilegiando la profondità alla quantità e cercando connessioni autentiche che nutrano il senso di appartenenza. Ripensare il ruolo della tecnologia, trasformandola da strumento di distrazione e confronto a risorsa per l’apprendimento e il potenziamento delle relazioni, è un’altra chiave di lettura. La alfabetizzazione digitale e emotiva diventa quindi indispensabile per navigare con consapevolezza in questo nuovo panorama.

La sfida è quella di riscoprire un equilibrio armonico tra la vita digitale e quella analogica, tra la produttività e il benessere, tra il sé esterno e il sé interno, per ricostruire un’identità che sia non solo resistente ma anche autenticamente significativa in questo nuovo e complesso contesto globale.

Riflessioni sul cammino dell’essere e del divenire

Nell’ambito complesso della costruzione dell’identità personale, è imprescindibile rifarsi a un principio cardine della psicologia cognitiva: l’senso del sé rappresenta una narrazione dinamica piuttosto che qualcosa di fisso e invariabile. Tale narrazione affonda le radici nelle esperienze vissute e nella modalità attraverso cui interpretiamo il nostro ambiente sociale. Davanti ai profondi mutamenti storici ai quali abbiamo assistito recentemente, questa forma narrativa tende a mostrare fragilità o persino collassi clamorosi.

Tuttavia, sono proprio questi periodi tumultuosi a presentare occasioni irripetibili per reinventare la nostra esistenza; stiamo parlando della necessità urgente di riscrivere o, meglio, “ri-narrare” i capitoli della nostra vita introducendo gli insegnamenti tratti da recenti avvenimenti. Questi spunti incoraggiano a superare l’idea ristretta dell’identità come statica. Essa diviene quindi soggetta a un processo continuo fatto appunto da uno stato di dynamics evolutivo.

In modo ancora più approfondito si evince dai principi della psicologia comportamentale come sia evidente l’emergere dell’identità tramite le scelte adottate nel quotidiano tanto quanto attraverso il pensiero consapevole. L’idea fondamentale della self-efficacy, o auto-efficacia come delineato da Albert Bandura, sottolinea quanto possa essere cruciale il nostro convincimento nel possedere l’abilità necessaria per conseguire determinati traguardi; ciò si riflette notevolmente sulle modalità con cui affrontiamo le sfide quotidiane ed evolviamo nella definizione della nostra persona.

Nel contesto dell’incertezza percepita aumenta spesso una sensazione d’inadeguatezza; questa condizione può nuocere alla nostra auto-efficacia, rendendo ardue anche quelle prove normalmente gestibili. D’altra parte però, ciascun trionfo – seppur modesto – così come ogni progresso realizzato nel perseguimento dei nostri desideri personali non fa altro che alimentare una rinnovata sicurezza nei nostri mezzi, individuando al contempo l’occasione ideale per consolidare l’immagine positiva del nostro io. Fermati ora a contemplare: quali narrazioni innovative ti trovi a costruire riguardo alla tua persona nell’ambito del tuo attuale nuovo presente? Inoltre, quale serie concreta d’azioni potresti considerare affinché tu possa implementare effettivamente quella stessa auto-efficacia nella redazione del prossimo capitolo della tua esistenza – uno maggiore coeso ai principi ritrovati? Non è necessario operare cambiamenti radicali immediati; piuttosto è fondamentale optare per delle scelte consapevoli, anche se minime — ognuna delle quali tesserà gradualmente il mosaico d’un’identità assai più sincera e capace. Ricorda, il processo è spesso lungo e tortuoso, ma ogni passo in avanti è un atto di coraggio e di auto-cura che vale la pena celebrare.


Glossario:

  • mindfulness: Pratica di meditazione finalizzata a sviluppare la consapevolezza del momento presente.
  • self-efficacy: Credenza nella propria capacità di avere successo in una specifica situazione.
  • Great Resignation: Fenomeno sociale che ha visto molti lavoratori lasciare il proprio impiego post-pandemia in cerca di maggiore soddisfazione.

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