- 700.000 persone in Italia hanno perso un familiare nel 2021.
- Jean Pormanove è morto dopo 298 ore di live su Twitch.
- Inchiesta in Francia sulla morte di Pormanove e le torture subite.
L’eco digitale di una tragedia: la spettacolarizzazione del dolore remoto
Nel periodo contemporaneo caratterizzato da una connessione costante e da una immediata accessibilità ai contenuti, le distinzioni tra l’esperienza reale e quella mediatica tendono a svanire rapidamente, producendo spesso esiti inattesi e inquietanti. Il 23 agosto 2025 si è verificato un episodio tragico che ha scosso sia gli utenti del web che il pubblico generale: la morte in diretta di uno streamer francese su Twitch conosciuto come Jean Pormanove. Questo triste epilogo si è concretizzato all’interno di una cornice di totale esposizione pubblica, rilanciando interrogativi fondamentali riguardo alla percezione della sofferenza nell’era digitale contemporanea; così facendo ha tramutato una tragedia individuale in un fenomeno collettivo d’attenzione diffusa.
Jean Pormanove – il cui vero nome era Raphael Graven – è deceduto dopo aver condotto ben 298 ore consecutive di trasmissione live caratterizzate da sfide estreme e atti rischiosi. Con più di un milione di abbonati al suo canale, era noto per i video che ritraevano situazioni umilianti per sé stesso. La sua scomparsa ha sollevato domande fondamentali circa l’affidabilità dei meccanismi volti a proteggere l’equilibrio psicologico degli individui; ciò mette in evidenza come l’evoluzione rapida delle piattaforme digitali non sempre coincida con analoghi progressi nella gestione delle emozioni o nell’elaborazione del lutto. Questo episodio drammatico ha svelato una dimensione inedita della morte, in quanto ora percepita come un contenuto da consumare, riducendone il significato profondo e rendendola, in un certo senso, più vicina e allo stesso tempo più distante, più spettacolare e meno reale nel suo significato ultimo.

L’ascesa dei media digitali ha trasformato radicalmente il modo in cui viviamo e percepiamo le tragedie. La distanza fisica non è più un baluardo contro l’esposizione al dolore altrui; al contrario, la rete ci proietta direttamente nel cuore degli eventi, talvolta senza preavviso o preparazione. Il tragico evento della morte di Jean Pormanove ha posto in evidenza il fenomeno della spettacolarizzazione della sofferenza online, rivelando le sue implicazioni perniciose sulla salute mentale degli utenti. Questo non rappresenta un semplice dibattito sulla compassione o sull’attrazione verso il macabro; piuttosto, è importante considerare come la continua esposizione a immagini e narrazioni violente possa generare risposte psicologiche intricate e disorientanti.
I trigger warning, cioè le segnalazioni relative a contenuti potenzialmente traumatizzanti, sono sempre più adottati nel tentativo non soltanto di mostrare rispetto verso chi ha subito esperienze dolorose, ma anche con l’intento primario di diffondere un ethos collettivo basato sulla sensibilità e sull’empatia nei contesti digitali. Tali avvisi risultano cruciali nel mitigare i rischi legati all’emersione improvvisa dei ricordi dolorosi che potrebbero dare origine a episodi d’ansia intensificata o stati panicosi. [GAM Medical]. L’entità di questo fenomeno richiede un’analisi attenta delle implicazioni etiche e psicologiche legate all’innovazione tecnologica, in particolare nel momento in cui essa si fonde con le vulnerabilità e le intricate dinamiche della mente umana.
Meccanismi di elaborazione e i rischi psicologici
Il percorso attraverso cui si elabora il lutto risulta essere un’esperienza estremamente soggettiva e complessa; questa assume connotazioni particolarmente peculiari nel contesto della sfera digitale. Un gran numero di individui ha dovuto confrontarsi con una perdita collettiva legata a Jean Pormanove pur non essendo legati da alcuna connessione personale all’individuo stesso. Tale lutto online rivela peculiarità rispetto alla modalità classica: le cerimonie commemorative prendono forma mediante piattaforme digitali quali forum conversazionali, sezioni commento o videomessaggi commemorativi. L’essenza anonima e dispersa delle interazioni virtuali potrebbe complicare la ricerca del supporto sociale necessario agli individui per affrontare tali situazioni dolorose come accade normalmente nei gruppi solidali tradizionali.
In aggiunta a ciò, è opportuno considerare l’insorgenza concreta del rischio relativo ai disturbi da stress post-traumatico secondario (PTSD secondario). Esso potrebbe manifestarsi anche tra chi assiste ad eventi drammatici diffusi tramite canali mediatici in tempo reale; nella fattispecie della visione ricorrente delle stesse immagini traumatizzanti possono insorgere sintomi duraturi quali ansia protratta nel tempo, flashback perturbanti e ipervigilanza accentuata. A tale riguardo le neuroscienze confermano che i meccanismi cerebrali tendono a trattare impulsi traumatici percepiti sullo schermo come esperienze vissute personalmente. Quest’analisi sottolinea l’importanza di una gestione efficace dell’esposizione a contenuti drammatici, per mitigare le conseguenze psicologiche avverse legate alla visione continua di tragedie online.

Il fenomeno del lutto complicato in ambiente digitale diventa sempre più rilevante. Lasae, una piattaforma online fondata da Natalia Pazzaglia, offre supporto per chi ha subito la perdita di una persona cara, affrontando non solo l’aspetto emotivo ma anche le problematiche pratiche che la morte comporta. La piattaforma mira a creare una community di supporto psicologico, facilitando il dialogo e l’apertura su un tema spesso considerato un tabù [iO Donna].
La percezione della morte e la responsabilità delle piattaforme
La continua esposizione a eventi mortali trasmessi in diretta ha il potenziale di ridefinire la nostra percezione della morte stessa. Da fenomeno naturale e inevitabile, spesso avvolto da un velo di sacralità, la morte rischia di trasformarsi in un mero contenuto fruibile, una narrazione drammatica da consumare. L’assimilazione della morte a un “evento” digitale può sminuirne il significato profondo.
La desensibilizzazione progressiva è una conseguenza insidiosa: l’abitudine alla visione di scene di sofferenza può ridurre la nostra capacità di empatia e di reazione emotiva. Questa trasformazione è particolarmente preoccupante per le generazioni più giovani, native digitali, che crescono in un ambiente dove la violenza è normalizzata. In questo contesto, l’etica delle piattaforme digitali emerge come una questione centrale.
Molte piattaforme, come Kick, sono già sotto scrutinio per la gestione e la responsabilità riguardo ai contenuti trasmessi. In Francia è stata avviata un’inchiesta sulla morte di Jean Pormanove, focalizzandosi su come i suoi “amici” lo abbiano sottoposto a torture in diretta. Il caso ha innescato un dibattito riguardante il fondamentale compito delle piattaforme, le quali dovrebbero assumere un ruolo proattivo nella salvaguardia degli utenti. È essenziale che vengano adottate strategie adeguate per garantire sia un adeguato supporto psicologico sia una solida sorveglianza della sicurezza online.
Oltre lo schermo: la risonanza profonda del dolore digitale
La vicenda della morte di Jean Pormanove ci invita a riflettere su come la psicologia interpretasse la nostra interazione con eventi così estremi nel panorama digitale. Esistono evidenze che l’esposizione prolungata a stimoli traumatici, anche se mediata da uno schermo, può portare a una desensibilizzazione. Questo non significa indifferenza, ma una compromissione temporanea della capacità di risposta emotiva. È come osservare un dolore attraverso una finestra: lo percepiamo, ma la barriera fisica impedisce una partecipazione piena.
La dissociazione emotiva, un meccanismo di protezione contro esperienze troppo intense, può diventare problematica se impedisce una sana elaborazione del lutto. La spettacolizzazione del dolore online può persino attivare circuiti neuronali legati al sistema di ricompensa, spingendo gli individui a interagire in modo compulsivo con contenuti drammatici e tale comportamento contribuisce all’instaurarsi di una “dipendenza da trauma”.

Occorre ripensare la nostra interazione con la tecnologia digitale, cercando di riscoprire il valore dell’empatia genuina e della connessione umana, oltre il luccichio effimero di uno schermo. La vera sfida è costruire un ecosistema digitale dove il benessere umano sia prioritario rispetto al sensazionalismo.
Ripasso: Fasi dell’elaborazione del lutto secondo Kübler-Ross:
- Negazione
- Rabbia
- Contrattazione
- Depressione
- Accettazione
Glossario
Glossario:
- PTSD: Disturbo da Stress Post-Traumatico, condizione psicologica che può svilupparsi dopo l’esposizione a eventi traumatici.
- Trigger warning: Avvisi per contenuti sensibili che possono innescare risposte emotive o traumatiche in alcune persone.
- Media: Strumenti e canali attraverso cui si comunica e si dissemina informazione, inclusi social media e piattaforme di streaming.