- Bambini traumatizzati in Sierra Leone mostrano categorizzazione errata delle emozioni, con tendenza a interpretarle in chiave sbilanciata verso emozioni negative.
- Studio del 2013 su Frontiers of Psychology ha rivelato che il trauma modifica la percezione delle espressioni facciali.
- Il Centro Milanese di Psicoanalisi (CMP) ha avviato un progetto con 12 pazienti a tariffe agevolate.
- A sei mesi, il trattamento ha mostrato un incremento nelle reazioni soggettive dei pazienti.
- Nei quattro casi più avanzati, si è osservato un minor ricorso a farmaci e autocura.
L’Intersezione Cruciale tra Psicoanalisi e Neuroscienze: Nuove Prospettive sul Trauma e le Difese
Nel panorama contemporaneo della salute mentale, emerge con forza la necessità di un dialogo interdisciplinare tra la psicoanalisi e le neuroscienze. Questa sinergia, lungi dal voler ridurre una disciplina all’altra, mira a una comprensione più profonda e olistica del soggetto umano, in particolare per quanto concerne l’impatto del trauma e le strategie difensive che ne derivano. Un gruppo di ricerca della Società Psicoanalitica Italiana (SPI), coordinato da Giorgio Mattana, ha intrapreso un percorso di indagine che evidenzia come le diverse prospettive epistemologiche e professionali possano convergere in un _pluralismo esplicativo_. Questo approccio riconosce la validità di spiegazioni provenienti da ambiti differenti, senza che i meccanismi psicoanalitici vengano “ridotti” a mere manifestazioni di processi cerebrali. Al contrario, si sottolinea come la comprensione dell’esperienza soggettiva, tipica della psicoanalisi, sia indispensabile per interpretare i dati neuroscientifici.
La discussione ha preso le mosse da uno studio pubblicato nel 2013 su _Frontiers of Psychology_, intitolato “Impact of civil war on emotion recognition: the denial of sadness in Sierra Leone”, condotto da Maria Alessandra Umiltà e collaboratori. Questa ricerca ha rivelato un dato neuroscientifico significativo: bambini e adolescenti vittime di maltrattamenti in contesti di guerra mostrano una categorizzazione errata di alcune espressioni facciali, con una tendenza a interpretarle in chiave sbilanciata verso emozioni negative. Questo fenomeno ha stimolato un’ampia riflessione sulle implicazioni del trauma e delle difese, ponendo le basi per un confronto tra le due discipline. Vittorio Gallese, neuroscienziato di fama internazionale, ha enfatizzato come, nonostante i progressi rapidi degli strumenti di studio, un approccio neurofisiologico “in terza persona” sia incompleto senza l’approfondimento psicoanalitico dell’esperienza “in prima persona” delle conseguenze del trauma. La sua affermazione, “se non può esserci psicologia senza cervello, senza psicologia non sappiamo bene cosa fare del cervello”, riassume efficacemente la sfida e l’opportunità di integrare queste conoscenze.
[IMMAGINE=”Un’immagine iconica e ispirata all’arte neoplastica e costruttivista, con forme geometriche pure e razionali e linee verticali e orizzontali. La palette di colori è perlopiù fredda e desaturata. L’immagine raffigura tre entità concettuali:
1. Il Cervello Umano: Rappresentato come una serie di blocchi geometrici interconnessi, con linee nette e angoli retti, suggerendo la sua complessità strutturale e funzionale. I colori sono blu scuro, grigio e un tocco di verde acqua.
2. La Psiche Umana: Simboleggiata da una forma più fluida e astratta, ma comunque composta da elementi geometrici, come cerchi e spirali intersecate da linee rette, che evocano la dinamicità e la profondità dei processi inconsci e consci. I colori sono viola pallido, azzurro e un tocco di rosa antico.
3. Il Trauma: Visualizzato come una frattura o una dislocazione all’interno di una delle forme geometriche, con linee spezzate e angoli acuti che interrompono l’armonia complessiva. Il colore dominante è un rosso spento o un arancione bruciato, che contrasta con i toni freddi.
Le tre entità sono disposte in modo da suggerire interazione e influenza reciproca, con il trauma che incide sia sul cervello che sulla psiche, e le due discipline (psicoanalisi e neuroscienze) che cercano di comprendere e riparare queste interruzioni. L’immagine deve essere semplice, unitaria e facilmente comprensibile, senza testo.”]
- Finalmente una visione olistica! 🧠🤝❤️......
- Troppo accademico, mancano esempi concreti... 🧐👎......
- E se la 'difesa' fosse una forma di evoluzione forzata? 💡🤔......
Meccanismi di Difesa e Impatto del Trauma: Dalla Dissociazione all’Identificazione con l’Aggressore
Il concetto di difesa, centrale in psicoanalisi, assume nuove sfumature alla luce delle scoperte neuroscientifiche. Falci e Giustino hanno proposto che la fenomenologia osservata nei soggetti della ricerca in Sierra Leone possa essere ricondotta a un _meccanismo dissociativo_. La dissociazione, intesa come tentativo di evitamento di un’angoscia di annichilimento del Sé, si attiva in risposta a interazioni deficitarie, intrusive o aggressive. Questa ipotesi si allinea con le più recenti teorizzazioni psicoanalitiche sulle difese dal trauma. Complementare a questa è l’ipotesi dell’_identificazione con l’aggressore_, un classico meccanismo difensivo psicoanalitico, illustrato da Ponsi. Facendo riferimento alla teoria di Ferenczi sulla “confusione delle lingue”, l’identificazione con l’aggressore si manifesta come un’imitazione primordiale: il bambino, trovandosi in una situazione di pericolo senza la possibilità di protezione o fuga, incorpora le caratteristiche dell’aggressore “con una specie di mimetismo”. Questa porzione dissociata, che si integra nella struttura psichica della vittima, le consente una forma di sopravvivenza e di gestione in contesti di abuso.
Ci si pone l’interrogativo sulla possibile correlazione tra tale “mimetismo” e il concetto di “simulazione incarnata” proposto da Gallese, al fine di discernere se rappresenti una spiegazione concreta di fenomeni psichici o piuttosto una potente analogia. L’approccio evoluzionistico di Giacolini colloca le risposte difensive corporee osservate all’interno dei sistemi emotivo-motivazionali elaborati dalle neuroscienze affettive. Egli evidenzia come la nostra condotta sia fortemente influenzata dal contesto; in Sierra Leone, ad esempio, il modello motivazionale prevalente non è quello dell’attaccamento, bensì quello della competizione o della dominanza/sottomissione, con conseguenti effetti neuroendocrini, come l’incremento del testosterone in situazioni di attacco. Salone, analizzando la natura adattiva o disadattiva delle difese a seguito di traumi ricorrenti, mette in luce la rilevanza cruciale della relazione per lo sviluppo psichico e come i fattori neuroendocrini collegati agli stili di attaccamento influenzino la formazione delle strutture cerebrali. Le ricerche sulla “Neurobiologia dell’affiliazione” supportano questa prospettiva, suggerendo che l’unione delle esperienze di vita con l’analisi degli stili di attaccamento potrebbe rivelare elementi di vulnerabilità e capacità di recupero. Si postula che anche i bambini che hanno subito traumi gravi possano accedere a processi di trasformazione attraverso un nuovo contesto relazionale, inclusa la psicoterapia, attingendo a esperienze sicure radicate nelle primissime fasi della vita.
L’Ambiente Terapeutico e la Trasmissione Intergenerazionale del Trauma
La disarmonia corpo-mente, evidente nei casi di trauma e abuso come quelli studiati in Sierra Leone, porta Pirrongelli a focalizzare l’attenzione sull’ambiente analitico, e in particolare sul corpo dell’analista, come potenziale fattore trasformativo o ritraumatizzante. Facendo riferimento alla teoria polivagale di Stephen Porges (2014), si suggerisce di prestare attenzione alla dinamica vagale dell’analista durante la seduta. L’attivazione del vago ventrale, che predispone alla calma e all’apertura verso l’altro, è cruciale per offrire un adeguato _holding_ al paziente, evitando che l’ansia dell’analista possa compromettere il processo terapeutico. Rosa Spagnolo conclude mettendo in evidenza come le neuroscienze abbiano ridefinito il modello fisiologico della mente e l’importanza del neurosviluppo per la sua configurazione. Il percorso del gruppo proseguirà all’insegna di un confronto aperto e diversificato, riconoscendo la psicoanalisi non solo come strumento di cura, ma anche come via per la conoscenza.
Parallelamente a queste riflessioni teoriche, il Centro Milanese di Psicoanalisi (CMP) ha condotto uno studio sulla terapia agevolata, il progetto GCAA (Gruppo Clinico Agevolato Adulti), con l’obiettivo di rendere accessibile il trattamento psicoanalitico a una popolazione più ampia e con un ventaglio di disagi più esteso. La ricerca, avviata nel 2023, si proponeva di monitorare lo sviluppo della relazione terapeutica in pazienti provenienti dai servizi pubblici, trattati a tariffe agevolate, confrontandoli con un gruppo di controllo. Nonostante un numero inferiore di casi rispetto alle previsioni iniziali (12 pazienti complessivi, contro i 20+20 previsti), sono emersi dati interessanti. In fase iniziale, il gruppo sperimentale mostrava una prevalenza di disturbi di personalità o del sé, mentre il gruppo di controllo presentava maggiormente disturbi d’ansia. Non sono state riscontrate differenze significative nei _dropout_ tra i due gruppi, ma si è notato un maggiore coinvolgimento degli analisti nei casi sperimentali. Un dato particolarmente rilevante è stata la _diminuzione del ricorso ai farmaci_ in corrispondenza dell’evolversi del trattamento in tutto il campione. Inoltre, a sei mesi (T1), si è osservato un incremento nelle reazioni soggettive del paziente, indicativo di un processo in evoluzione. Nei quattro casi che hanno raggiunto le fasi più avanzate (T3 e T4), si è evidenziata una minore problematicità nel rapporto con l’ambiente e un accrescimento dell’introspezione, accompagnati da un minore ricorso a forme di autocura o farmacologiche. Questi risultati suggeriscono che il modello psicoanalitico può essere una risposta efficace ai bisogni di un ampio spettro di patologie, promuovendo un maggiore lavoro su di sé e mobilitando il processo di cambiamento, anche nelle relazioni intrafamiliari e con l’ambiente. La ricerca ha anche evidenziato la tendenza alla _trasmissione intergenerazionale del trauma_, con relazioni precoci avverse che modificano i processi neurobiologici alla base dello sviluppo socio-emotivo del bambino, mettendo a rischio la costruzione del Sé.
Oltre la Frammentazione: Verso una Comprensione Integrata del Sé Traumatizzato
La convergenza tra psicoanalisi e neuroscienze, così come l’impegno nella ricerca clinica, ci spinge a riflettere su un aspetto fondamentale della psiche umana: la sua capacità di resilienza e di trasformazione di fronte al trauma. Un concetto base della psicologia cognitiva e comportamentale è che le nostre esperienze modellano le nostre percezioni e reazioni. Il trauma, in particolare, può alterare profondamente questi schemi, portando a risposte difensive che, sebbene inizialmente adattive per la sopravvivenza, possono diventare disfunzionali nel lungo termine. La nozione avanzata di _neuroplasticità_ ci offre una speranza: il cervello non è una struttura statica, ma è in costante rimodellamento in risposta alle esperienze. Questo significa che, anche dopo traumi profondi, la mente ha la capacità di riorganizzarsi, specialmente all’interno di relazioni terapeutiche significative.
Pensiamo a come le esperienze avverse precoci, quelle che si insinuano nell’infanzia e plasmano le fondamenta del nostro essere, possano lasciare impronte indelebili. Non si tratta solo di ricordi dolorosi, ma di vere e proprie modificazioni a livello neurobiologico che influenzano il modo in cui percepiamo il mondo, le relazioni e noi stessi. La psicoanalisi, con la sua attenzione all’esperienza soggettiva e alla relazione terapeutica, offre uno spazio unico per esplorare queste memorie traumatiche, spesso dissociate e non simbolizzate, e per permettere loro di emergere e di essere elaborate. Le neuroscienze, d’altra parte, ci forniscono gli strumenti per comprendere i meccanismi cerebrali sottostanti a queste dinamiche, offrendo una visione più completa del “perché” e del “come” il trauma agisce.
La sfida, e al contempo l’opportunità, risiede nel superare la frammentazione delle conoscenze. Non si tratta di scegliere tra una prospettiva o l’altra, ma di integrare i linguaggi, i modelli e le cognizioni diverse. Solo così possiamo sperare di offrire risposte più efficaci a coloro la cui mente appare paralizzata da memorie traumatiche inscritte nel corpo, o a chi vive le conseguenze di contesti traumatogeni come lo sradicamento migratorio o l’esposizione a conflitti permanenti. La comprensione del Sé traumatizzato richiede uno sguardo che abbracci sia la profondità dell’inconscio che la complessità del funzionamento cerebrale, riconoscendo che ogni individuo è un mosaico unico di esperienze, difese e potenzialità di guarigione. La riflessione personale che ne scaturisce è profonda: quanto siamo consapevoli delle nostre difese? E quanto siamo disposti a esplorare le radici profonde delle nostre reazioni, anche quelle che ci sembrano più irrazionali, per aprirci a nuove possibilità di crescita e trasformazione?








