Adolescenti e incidenti: come il lutto impatta il 70% dei giovani

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  • Gli incidenti stradali sono la principale causa di morte tra i 15 e i 19 anni.
  • Nel 2015, si sono registrati 3.419 decessi e 246.050 feriti in Italia.
  • Dal 2021, 135 adolescenti tra i 15 e i 17 anni feriti in moto.

L’eco silenziosa di un tragico schianto: la morte di un coetaneo e le ferite invisibili nell’adolescenza

Il fenomeno della scomparsa repentina e prematura dall’esistenza di qualcuno del proprio gruppo anagrafico crea onde d’urto nei giovani. Questa perdita straziante genera dolore non soltanto tangibile ma anche psicologico, risvegliando traumi latenti. Non è solo una questione individuale; si tratta piuttosto dell’interazione dinamica fra gruppi sociali vicini, dove l’assenza diventa simbolo di fragilità esistenziale, lasciando cicatrici difficilmente visibili agli occhi altrui.

La cronaca recente ci ha consegnato un’amara verità, un’ombra lunga che si stende sulla spensieratezza giovanile: la morte di un sedicenne in un incidente stradale. Un evento drammatico che, al di là dell’immediato dolore per la famiglia e gli amici più stretti, riaccende i riflettori su una problematica complessa e dolorosa: l’impatto psicologico devastante che simili tragedie hanno sulla psiche ancora in formazione degli adolescenti. Gli incidenti stradali, infatti, rappresentano la principale causa di morte per i giovani tra i 15 e i 19 anni a livello globale, una statistica che ci interroga profondamente sulla loro percezione del rischio e sulla loro vulnerabilità. Nonostante gli sforzi legislativi, come l’introduzione di nuove norme nel codice della strada che hanno ridotto la mortalità adulta, la fascia giovanile continua a essere la più colpita, suggerendo che l’adolescenza stessa, con le sue peculiarità psicologiche, sia un fattore di rischio significativo.

Dati recenti sugli incidenti stradali: Ogni anno, circa 50 milioni di soggetti presenti al mondo vanno incontro a lesioni non mortali in incidenti stradali, e tra i giovani di età compresa tra 15 e 24 anni, gli incidenti stradali continuano a rappresentare la prima causa di morte. Nell’anno 2015, il nostro Paese ha dovuto fare i conti con un drammatico bilancio relativo agli incidenti stradali: sono stati segnati ben 3.419 decessi, mentre le persone che hanno riportato ferite ammontano a 246.050. [ISTAT]. Nel campo della psicologia è emerso più volte come i giovani adolescenti dimostrino un’adeguata consapevolezza riguardo ai pericoli associati alla guida. Tuttavia, questa presa di coscienza non si traduce sempre in prudenza; anzi, l’illusione del controllo rappresenta frequentemente un fattore predominante nel loro comportamento. È notevole osservare come il senso di invulnerabilità sia rafforzato da bruschi mutamenti fisici tipici dell’età adolescenziale accompagnati a fragilità egoiche innate. Tali elementi possono portare i giovani verso attitudini disobbedienti ed impulsive; ciò è frequentemente allontanato dai sentimenti interiorizzati quali ansia o depressione nascosta sotto la superficie delle loro azioni superficiali.

Ricerche effettuate su ragazzi ricoverati dopo gravi incidenti automobilistici pongono l’accento su schemi psico-socialmente distintivi: molti sono provenienti da ambientazioni familiari già segnate da drammatiche esperienze (morti o altre tragedie) ed esposti a tensioni domestiche persistenti insieme a insoddisfazioni romantiche oppure fallimenti accademici. In particolare, questi individui tendono ad afferrare senza difficoltà le tracce dolorose del passato; è interessante notare che quelli coinvolti ripetutamente negli incidenti forniscono indicativi segni d’una elevata considerazione personale unitamente alla sottovalutazione dei propri limiti – manifestazioni dalle quali gli specialisti traggono conclusioni circa possibili disturbi manicomiali miranti soprattutto all’allontanamento dalla sfera depressiva emotiva.

Rischi psicologici associati agli incidenti stradali:

Gli adolescenti vittime di incidenti rischiano di sviluppare disturbi post traumatici, stati depressivi e di ansia. Il supporto psicologico risulta cruciale, poiché il trattamento tempestivo aiuta a prevenire patologie più gravi [GuidaPsicologi.it]. Nell’ottica attuale, l’incidente stradale si configura ben oltre un mero fatto accidentale; esso può infatti diventare un drammatico sintomo delle problematiche interiori dei giovani imperfettamente elaborabili. Talvolta si verifica persino che questa esperienza rappresenti per alcuni adolescenti l’unico modo percepito per ritrovare senso nella propria esistenza: parliamo quindi della disperata ricerca di una seconda opportunità dinanzi a situazioni traumatizzanti o a uno stato d’animo caratterizzato da profonda vergogna esistenziale. Risulta essere come se si manifestasse un grido silenzioso, in grado d’invocare aiuto contro la frammentazione identitaria oppure stati psichici assolutamente intollerabili da gestire senza supporto esterno. Questo intricato insieme decisionale mette in risalto quanto siano necessari interventi focalizzati non solo sulla sicurezza sulle strade ma altresì su un robusto sostegno psicologico ed emotivo. Tale azione deve essere accompagnata da sforzi volti a parlare il linguaggio dei ragazzi: entrare nei loro ambiti socializzanti così come decodificare le proprie norme interne appare fondamentale nel concludere programmi preventivi realmente utilitaristici. Va quindi sottolineato come sia essenziale educarli sui confini tra rischiosità positiva – capace di propiziare processi evolutivi – contrapposta ai comportamenti nocivi davvero dannosi dal punto di vista dello sviluppo personale: rispettare sé stessi significa riconoscere anche gli altri.

Il “culto” dello scooter: tra libertà, rischio e identità in costruzione

Il mondo giovanile è da sempre affascinato dai simboli, e per molte generazioni lo scooter a 14 anni ha rappresentato una pietra miliare, un vero e proprio rito di passaggio. Era sinonimo di mobilità, libertà, emancipazione e crescita, il veicolo tangibile che segnava il transito dall’infanzia all’età adulta. I punti di ritrovo davanti alle scuole, le distese di ciclomotori e Vespe parcheggiate, erano scene comuni che attestavano l’importanza sociale di questo mezzo di trasporto. Tuttavia, osservando l’attuale panorama, si nota una drastica diminuzione di giovani in motorino, una tendenza che ha sollecitato interrogativi e riflessioni tra sociologi e osservatori della cultura giovanile.

Dati recenti sugli incidenti motociclistici: Dal 2021, sono stati in media 135 all’anno gli adolescenti tra i 15 e i 17 anni rimasti gravemente feriti in incidenti motociclistici, di cui quattro morti [RSI].

Ci si chiede se i ragazzi abbiano perso la necessità di esplorare il mondo in sella, autonomi e liberi, o se la causa sia da ricercare in una maggiore protezione genitoriale.

Una delle spiegazioni più accreditate per questo cambiamento risiede nell’avvento e nella diffusione pervasiva degli smartphone. Se in passato il motorino era il mezzo principale per incontrarsi, stare insieme, e condividere esperienze con gli amici, oggi molte di queste funzioni sono comodamente svolte e talvolta persino amplificate dai dispositivi mobili. Comunicare, scriversi, vedersi, corteggiarsi, studiare, confrontarsi: tutto questo avviene in tempo reale tramite il telefono, annullando la necessità di spostamenti fisici costanti. Inoltre, l’attuale generazione è abituata alla condivisione, non solo di informazioni, ma anche di beni come automobili e scooter, ridimensionando il senso di possesso a favore del piacere dell’utilizzo. Questo, unito alla disponibilità dei genitori nel ruolo di “tassisti”, pronti a accompagnare i figli, contribuisce a modellare un nuovo scenario in cui il motorino perde parte del suo appeal come strumento primario di indipendenza.

Eppure, sotto la superficie di questa trasformazione, si cela una realtà meno visibile: una “fronda” di giovani che mantengono viva una profonda passione per i motori e le due ruote. Questi ragazzi sono descritti come “motociclisti veri e di prima generazione”, poiché la loro passione non è stata ereditata dalla famiglia né è nata per scopi puramente pratici. Per loro, lo scooter o la moto sono molto più di un semplice mezzo di locomozione; sono un mondo da esplorare, da smontare e rimontare, da modificare e comprendere. Questo coinvolgimento va oltre la guida, estendendosi alla meccanica, alla personalizzazione e alla condivisione di questa esperienza con altri appassionati in raduni e incontri. Nonostante i “cinquantini” non permettano lunghi viaggi, questi giovani viaggiano ed esplorano anche solo per un pomeriggio, nutrendo la loro passione attraverso riviste specializzate e seguendo sport motoristici oltre la MotoGP, come il cross.

Emerge, quindi, un duplice ritratto della relazione tra adolescenti e mezzi a due ruote: da un lato, una diminuzione dell’interesse generalizzato per lo scooter come simbolo di libertà “basica”, soppiantato dalle nuove forme di connessione digitale e dal supporto logistico familiare; dall’altro, la persistenza di un nucleo di autentici appassionati, per i quali il mezzo motorizzato è ancora espressione di una cultura, di un’identità e di una ricerca di emozioni forti. Questi ultimi sono quelli che, probabilmente, continueranno a coltivare la passione per le moto anche in età adulta. Questo fenomeno, purtroppo, si scontra con una percezione del rischio ancora insufficiente, come dimostra l’alto numero di cadute e la scarsa propensione all’uso di protezioni aggiuntive come i paraschiena. È qui che si inserisce l’urgente necessità di interventi educativi che vadano oltre la semplice sicurezza stradale, affrontando la psicologia del rischio nell’adolescenza.

L’importanza cruciale del supporto psicologico nell’elaborazione del lutto adolescenziale

Affrontare la devastante realtà di un sinistro automobilistico mortale è particolarmente difficile per i giovani adulti, specialmente se a essere coinvolti sono persone della stessa età. In tali circostanze, il supporto psicologico riveste una funzione cruciale, anche se frequentemente trascurato nel contesto adolescenziale. Il momento della perdita, durante questo periodo critico dell’esistenza umana contraddistinto da rapidi mutamenti identitari, può rendere estremamente ardua l’elaborazione del dolore stesso. È stato osservato da numerosi studi come i ragazzi colpiti dalla morte di affetti stretti presentino tassi più elevati sia di ansia che di depressione rispetto ai loro pari non interessati da esperienze analoghe; ciò pone in luce la soggettiva fragilità propria dei giovani in tali situazioni e manifesta la necessità imperativa di ricevere assistenza professionale immediata ed efficiente.

Essere testimoni o vivere personalmente tale drammatico evento segna profondamente il soggetto; si tratta infatti dell’‘incidente’, esperienza caratterizzata dall’insorgere di incubi legati al concetto stesso della morte assieme a sensazioni incontenibili di impotenza brutale. Un episodio traumatico – pensiamo a uno specifico danno cerebrale – travalica le sole implicazioni fisiche danneggiando altresì l’interezza del mondo emotivo e identitario del giovane interessato. La vittima dell’incidente, infatti, è costretta a riparare o a ricostruire un senso del Sé che è stato frammentato. Cambiano le priorità, assume un significato diverso tutto ciò che prima contava. Ma non è solo l’individuo coinvolto a soffrire: la famiglia intera è vittima, affrontando reazioni di incredulità, disorientamento, ansia e ingiustizia. In particolare, quando il paziente torna a casa con gravi disabilità croniche o in stato vegetativo, i familiari sono chiamati a elaborare un “lutto incostante” (mobile mourning), una condizione in cui la persona è viva ma non partecipa attivamente alla vita familiare, costringendoli a reinventarsi una quotidianità familiare “normale” che non può più essere tale.

Supporto psicologico per le vittime: Progetti come ANIA CARES offrono un supporto psicologico vitale per le vittime di incidenti stradali e le loro famiglie, riducendo il rischio di sviluppare sintomi post-traumatici e promuovendo il loro benessere emotivo in tali circostanze tragiche [Progetto ANIA CARES].

Per gli adolescenti, in particolare, la perdita di un motorino, investito di una potenza simbolica speculare e contraria al proprio senso di impotenza, può rappresentare una “piccola morte” o un ulteriore trauma. In un’età caratterizzata da un lavoro di ricerca di sé e da una fisiologica fragilità narcisistica, la sofferenza esistenziale può trovare sfogo in comportamenti a rischio, come la guida spericolata. L’adolescenza è un fattore di rischio, poiché il giovane desidera ardentemente dimostrare di non essere più un bambino, costruire la propria identità e le emozioni forti, come quelle della velocità, sono percepite come indispensabili per sentirsi vivi e presenti.

Il motorino o l’auto diventano così un invitante palcoscenico per prove di coraggio, spesso alimentate anche dalla pressione del gruppo dei pari e da una società che, in modo implicito o esplicito, incita talvolta a violare i limiti. Di fronte a un contesto così complesso, la necessità di psicoterapeuti specializzati è evidente. I professionisti dell’età evolutiva, esperti in elaborazione del lutto e crisi adolescenziali, sono figure cruciali per accompagnare i giovani e le loro famiglie in questo difficile percorso.

Metodologie terapeutiche: Programmi di psicoterapia di gruppo, come quelli di ispirazione bioniana, si rivelano particolarmente efficaci nel trattamento dei traumi e nell’integrazione dell’esperienza emotiva alla vita quotidiana [Bruni, 2009].

Programmi di psicoterapia di gruppo, come quelli di ispirazione bioniana descritti in alcune esperienze, si rivelano particolarmente efficaci. Questi gruppi offrono un “contenitore” sicuro per le angosce dei pazienti traumatizzati e delle loro famiglie, permettendo l’integrazione dell’esperienza emotiva del trauma attraverso tecniche come le libere associazioni. In un contesto gruppale, il trauma, che non può essere né ricordato né rimosso, può essere condiviso e trasformato in emozioni narrabili. È attraverso questo processo di condivisione che la solitudine e la difficoltà di comunicare l’esperienza del buio vissuta durante il coma, ad esempio, trovano uno spazio di comprensione e accettazione. Il gruppo diventa così una fonte di appagamento, un “seno buono” a cui affidarsi, che fornisce “un apparato per pensare i pensieri”, permettendo ai ragazzi di elaborare il proprio lutto e di ricostruire una nuova identità, anche e nonostante le disabilità croniche.

Oltre la velocità: la dignità della vita e la nuova rotta della prevenzione

In un’epoca in cui la velocità e la connettività definiscono gran parte delle nostre esistenze, la dignità della vita si pone al centro del dibattito, specialmente quando si parla di giovani e incidenti stradali. Non si tratta solamente di una questione di sicurezza, ma di una riflessione più profonda sul significato dell’esistenza e sulla capacità di gestire la nostra presenza nel mondo. La solitudine di chi non può più esprimersi, a seguito di un trauma grave, si lega indissolubilmente a quella di chi è chiamato a decidere per lui: i medici che scelgono le terapie e i familiari che affrontano scelte strazianti, come quella della donazione degli organi. Ma la dignità è in gioco anche quando ci interroghiamo se vivere significhi solo “esserci”, o se invece debba corrispondere alla possibilità di godere delle proprie scelte, di investire coraggio nei propri desideri e di contribuire attivamente alla propria vita e a quella di chi ci è vicino.

Lacune nella assistenza psicologica post-trauma: La dimissione dall’ospedale per il giovane paziente e la sua famiglia coincide spesso con una presa di responsabilità totale che li vede lasciati soli ad affrontare le conseguenze psicologiche del trauma, evidenziando una lacuna nel sistema [Progetto ANIA CARES]. In questo complesso panorama sanitario, l’uscita dall’ospedale comporta spesso una responsabilizzazione completa per il giovane paziente e i suoi familiari; essi si trovano frequentemente abbandonati ad affrontare le implicazioni psicologiche derivanti dal trauma con scarse informazioni riguardanti eventuali deficit cognitivi. Tale situazione evidenzia chiaramente una necessità urgente: quella di colmare il gap esistente tra le cure acute fornite durante l’ospedalizzazione e quel supporto necessario dopo la dimissione. Al contempo, emergono poche ma significative esperienze che cercano di accompagnare questi percorsi: terapie di gruppo sono progettate per costituire uno spazio dove sfogare le inquietudini dei soggetti affetti da trauma cranico insieme alle loro famiglie; esse incarnano modelli positivi da riprodurre sul territorio. Attraverso tali attività si sperimenta come sia possibile mutare il dolore in opportunità evolutiva, portando alla conclusione simbolica della sofferenza passata mentre ci si prepara a incominciare nuovi capitoli della vita. Qui, i giovani riescono a ridefinire se stessi attraverso lo scambio reciproco delle proprie storie personali e allinearsi verso orizzonti futuri più sereni.

Nell’ambito dell’intervento psicologico è interessante notare come gli approcci basati sulla psicologia cognitiva e comportamentale possano offrire strumenti decisamente utili sia nella comprensione dei vissuti emotivi sia nel formulare strategie d’intervento efficaci. Una nozione fondamentale è quella dell’autoefficacia regolatoria, definita come la capacità di autoregolare affetti ed emozioni. Questa competenza, che si costruisce nel corso dello sviluppo attraverso l’interazione con i caregiver primari, è spesso insufficiente nell’adolescenza, un periodo in cui la formazione della personalità è ancora in atto. La carenza di autoefficacia regolatoria, combinata con la “sensation seeking” – la ricerca di nuove, diverse, complesse e intense sensazioni ed esperienze, e la volontà di correre rischi fisici, sociali, legali e finanziari per amplificarle, più frequente nei giovani maschi occidentali – crea un terreno fertile per comportamenti rischiosi alla guida.

Avanzando in un’analisi più complessa, la psicologia clinica ha evidenziato come gli incidenti stradali possano essere interpretati come un “agito autolesivo che coinvolge concretamente il corpo”. Questa visione psicodinamica si spinge oltre la semplice spiegazione dei fattori di rischio, suggerendo che dietro alla condotta imprudente possa celarsi una complessa rete di sofferenze non verbalizzate. Insegnare la distinzione tra rischio accettabile e rischio inutile, come proposto dal “Patto per il Rischio Accettabile”, non è sufficiente. È necessario andare oltre l’educazione stradale tradizionale e imparare la “lingua adolescenziale”, entrare nei loro gruppi e comprendere i loro codici. Solo così si potranno avviare con successo esperienze di prevenzione che rendano gli adolescenti protagonisti, trasformando la “distruttività individuale dall’area del rischio inutile a quella del rischio accettabile”.

Glossario:

  • Disturbo post traumatico da stress: condizione che può svilupparsi dopo l’esperienza di un evento traumatico. Si manifesta con sintomi come flashback, ansia e evitamento di situazioni collegate al trauma.
  • Sensation seeking: tendenza a cercare esperienze intense e nuove, spesso associata al comportamento a rischio, frequente negli adolescenti.
  • Autoefficacia regolatoria: doti nell’autogestire emozioni e atteggiamenti con indipendenza.

Stimati lettori,

la condizione della perdita, tra le esperienze umane più intense e universali dell’esistenza, si fa particolarmente gravosa nel caso degli adolescenti: in circostanze tragiche quali quella in cui la vita di un coetaneo viene spezzata da incidenti stradali. Durante quell’epoca decisiva dedicata alla ricerca identitaria è possibile assistere a una serie di complessità emotive legate al lutto. La disciplina della psicologia cognitiva/comportamentale insegna quanto il nostro atteggiamento mentale e le reazioni siano fondamentali nella gestione post-trauma; infatti sono frequenti emergenze psichiche quali pensieri invadenti o paure infondate accompagnate da tentativi evasivi che richiederebbero attenta osservazione; trascurarli potrebbe determinarne la cronicizzazione nelle giovani menti vulnerabili.

Ritroviamo noi stessi costretti a immaginare quel futuro pianificato fino ad allora reso vuomo dal mancato riscontro esistenziale, provocando talora un profondo senso d’assenza difficile da riempire senza appropriati supporti professionali – assolvendo così non solo a scordare, ma piuttosto a reinserire il ricordo nella continuità dell’esperienza personale quotidiana.

A un livello più avanzato, la psicologia del trauma evidenzia come, in questi casi, possa svilupparsi un vero e proprio “trauma vicario” o “lutto traumatico”, in cui la mente fatica a elaborare l’evento non solo per la perdita in sé, ma anche per le circostanze improvvise e violente. Il cervello, nel tentativo di proteggersi, può frammentare i ricordi, creando una distanza tra la persona e l’evento, ma rendendo al contempo difficile l’integrazione dell’esperienza. Qui la terapia, in particolare quelle orientate all’elaborazione del trauma, può aiutare a riannodare i fili spezzati, a dare un senso a ciò che sembra insensato, a ripristinare una narrazione coerente che permetta di accettare la perdita e di riprendere il cammino della vita con una nuova consapevolezza.


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