- Secondo Gallup, nel 2022 il 64% dei lavoratori si sentiva disimpegnato.
- Il quiet quitting nasce dalla disparità tra energia investita e riconoscenza ricevuta.
- Aziende con cultura del benessere: +20% produttività, -30% turnover.
Nel contesto odierno, sempre più diffuso è il concetto di “quiet quitting”. Si tratta non solo di un passivo disinteresse nei confronti delle mansioni quotidiane, ma anche dell’adozione di un atteggiamento volto a compiere esclusivamente l’essenziale richiesto dal ruolo occupato. Questa tendenza viene frequentemente attribuita a elementi come scarse prospettive professionali, pressioni lavorative esorbitanti e una marcata separazione tra gli obiettivi personali dei dipendenti e quelli aziendali. È tramite le analisi della psicolinguistica che possiamo approfondire questa questione sempre più attuale.
Il panorama lavorativo contemporaneo è testimone di un fenomeno emergente e sempre più diffuso: il quiet quitting, o “dimissioni silenziose”. Questa pratica, che si manifesta attraverso un progressivo disimpegno emotivo e cognitivo dal proprio ruolo professionale, solleva interrogativi profondi sulle dinamiche psicologiche che sottostanno all’esperienza lavorativa moderna. Non si tratta di una vera e propria cessazione del contratto, bensì di un comportamento che vede i lavoratori adempiere alle sole mansioni essenziali, senza alcuna iniziativa extra o coinvolgimento emotivo oltre il minimo indispensabile. La rilevanza di questo fenomeno è amplificata dall’attuale contesto socio-economico, dove la crisi pandemica ha ridefinito le priorità individuali e collettive, portando a una maggiore consapevolezza sull’importanza del benessere psicofisico e dell’equilibrio tra vita professionale e privata.
Le radici del quiet quitting affondano in un terreno fertile di fattori psicologici e sociali interconnessi. Sotto l’aspetto cognitivo, i lavoratori che si orientano verso questa prassi avvertono frequentemente una sottile ma incisiva frattura tra l’energia investita nelle loro funzioni e la riconoscenza ricevuta, che può manifestarsi nei vari ambiti economici, professionali o personali. Tale disparità contribuisce a creare sentimenti d’ingiustizia e demotivazione, intaccando gravemente la visione del valore intrinseco del proprio operato così come il senso dell’obiettivo da raggiungere nel lavoro quotidiano. Peraltro, l’assenza d’autonomia decisionale combinata con un’eccessiva uniformità delle mansioni genera stati d’alienazione, privando gli impiegati della possibilità d’esprimere in modo libero sia creatività sia iniziativa personale. Comportamentalmente parlando, il fenomeno del quiet quitting appare attraverso una diminuzione dello sforzo investito in attività al di fuori delle richieste contrattuali dirette. Ciò include ore straordinarie non compensate, partecipazioni ad eventi aziendali extra oppure azioni proattive per trovare nuove soluzioni innovative per migliorare le situazioni problematiche sul lavoro. Anche se tale atteggiamento potrebbe sembrare mera resistenza passiva, esso rappresenta invece risultati complessi derivanti da un processo interno mirato all’autotutela che cerca efficacemente di tutelare le proprie risorse psicologiche ed emotive dentro contesti considerati stressanti o poco appaganti. La psicologia comportamentale evidenzia come la ripetuta esposizione a stimoli negativi o la mancanza di rinforzi positivi possano condurre all’estinzione di comportamenti desiderabili, trasformando l’entusiasmo iniziale in apatia e disinteresse.
Secondo uno studio condotto da Gallup nel 2022, il 64% dei lavoratori ha dichiarato di sentirsi disimpegnato nel proprio lavoro, un dato preoccupante che riflette l’emergere del quiet quitting come una realtà diffusa.
La diffusione del quiet quitting rappresenta una sfida significativa per le organizzazioni, che si trovano di fronte alla necessità di ripensare le proprie strategie di gestione del personale e di promozione del benessere. I dati emergenti suggeriscono che *sempre più lavoratori, in particolare le generazioni più giovani, sono disposti a sacrificare opportunità di carriera o aumenti salariali a favore di un maggiore equilibrio vita-lavoro e di un ambiente professionale più sano*. Questa tendenza impone una revisione dei modelli tradizionali di produttività e successo, spostando l’attenzione non solo sulla quantità di lavoro svolta, ma anche sulla qualità dell’esperienza lavorativa e sul benessere complessivo dei dipendenti. Ignorare questi segnali potrebbe portare a un calo significativo della produttività, un aumento del turnover e una reputazione aziendale compromessa, con ricadute negative a lungo termine sulla competitività e sulla sostenibilità organizzativa.

Impatto sulla salute mentale: il costo nascosto del disimpegno
Analizzare l’effetto del fenomeno denominato quiet quitting sulla salute mentale degli individui occupati costituisce una questione fondamentale degna della massima attenzione. Da una parte, tale disimpegno si potrebbe leggere come una forma sottile ed efficace di auto-difesa, utile per affrontare contesti professionali nocivi o caratterizzati da richieste insostenibili; dall’altra parte però, persistere in uno stato d’indifferenza accompagnato da scarsa partecipazione può dare origine a ripercussioni psichiche deleterie. Il corpus delle evidenze nella disciplina della psicologia della salute mentale mette in rilievo quanto sia significativa la percezione insufficiente rispetto al proprio grado d’influenza sul lavoro quotidiano; insieme alla congiunta presenza del carico lavorativo gravoso e alla mancanza clamorosa di apprezzamento verso le proprie prestazioni alimentino fortemente l’emergere dello stress, del burnout nonché delle forme depressive. Sebbene i dipendenti coinvolti nel quiet quitting possano avvertire inizialmente un senso temporaneo di liberazione dal peso delle aspettative esterne, col passare del tempo si osserva che l’assenza sistematica di incoraggiamenti gratificanti combinata con la mancanza oggettiva di successi personali conduca inevitabilmente verso uno smorzamento dei sentimenti emozionali unitamente a una contrazione dell’autoefficacia individuale.
Il burnout, una sindrome caratterizzata da esaurimento emotivo, depersonalizzazione e ridotta realizzazione personale, è spesso strettamente correlato a situazioni di disimpegno lavorativo. Un dipendente che si sente costantemente sottovalutato o sfruttato può facilmente scivolare in uno stato di burnout, dal quale il quiet quitting diventa una sorta di meccanismo difensivo. Tuttavia, questa difesa, se protratta nel tempo, può aggravare il problema, impedendo al lavoratore di trovare nuove fonti di motivazione o di affrontare proattivamente le cause del malessere. La depressione, altra condizione psicologica grave, può manifestarsi in contesti lavorativi in cui vi è una profonda disillusione e una percezione di impotenza. La sensazione di essere “intrappolati” in un ruolo poco soddisfacente, con scarse prospettive di miglioramento, può scatenare stati d’animo negativi persistenti, perdita di interesse per attività precedentemente apprezzate, disturbi del sonno e alterazioni dell’appetito. Le modalità con cui i lavoratori affrontano lo stress e il disimpegno si differenziano significativamente tra individui. Alcuni scelgono strade attraverso meccanismi disfunzionali, quali il consumo dannoso di alcol o comportamenti isolazionisti; altri invece optano per soluzioni considerate più costruttive, incluse azioni come cercare sostegno tra coetanei, dedicarsi a interessi al di fuori della sfera professionale o intraprendere attività solidali nel volontariato. Nonostante ciò, è essenziale notare che frequentemente il quiet quitting viene percepito come una forma passiva. Essa rappresenta una risposta tesa a minimizzare gli effetti dello stress mediante un abbassamento dell’engagement emotivo senza però risolvere le problematiche sottostanti alla condizione lavorativa negativa. Affinché le imprese possano ridurre gli effetti deleteri legati al quiet quitting sul benessere psicologico dei loro collaboratori, è fondamentale predisporre piani attivi orientati all’implementazione efficace dei programmi per la salute mentale; tali programmi dovrebbero mirare alla prevenzione delle situazioni ansiogene e del burnout, oltre a incoraggiare un sano bilanciamento tra vita personale e professionale, creando contesti nei quali i collaboratori possano sentirsi apprezzati e adeguatamente ascoltati. Tali iniziative comprendono un ampio ventaglio di strumenti a supporto della salute mentale, tra cui spiccano la consulenza psicologica, i vari workshop dedicati alla gestione dello stress, nonché i progetti di coaching orientati allo sviluppo delle competenze personali e professionali.
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La prospettiva degli esperti e dei lavoratori: verso un nuovo paradigma lavorativo
L’analisi condotta attraverso interviste con professionisti della psicologia del lavoro, insieme a testimonianze dirette dei dipendenti, offre uno sguardo illuminante sul fenomeno del quiet quitting, mettendo in luce tanto le cause profonde quanto alcune possibili vie d’uscita. Gli esperti avvertono che *ciò che sembra essere indolenza o disinteresse da parte del singolo individuo è in realtà l’espressione visibile delle carenze sistematiche presenti nelle organizzazioni*. C’è consenso tra gli analisti rispetto al fatto che fattori come la cultura aziendale, il modo in cui si esercita la leadership, così come il disegno delle responsabilità lavorative, influiscono direttamente sull’impegno emotivo degli impiegati e sulla loro soddisfazione. In situazioni dove i collaboratori percepiscono una scomparsa della trasparenza, ingiustizie riscontrabili o mancanza nell’offerta formativa per progredire professionalmente, è altamente probabile che si sviluppino comportamenti riconducibili al quiet quitting.
Le testimonianze fornite dai dipendenti indicano frequentemente episodi legati a un carico lavorativo insostenibile nel tempo, compensi non adeguati alle aspettative generate dall’impegno profuso, scarsità nei feedback ricevuti ed infine una sensazione generale d’essere trascurati dal contesto aziendale in cui operano. Molti sentono di essere visti come meri ingranaggi di una macchina produttiva, piuttosto che come individui con bisogni, aspirazioni e contributi unici. Questa disumanizzazione del lavoro è un potente catalizzatore del disimpegno, portando i dipendenti a limitare il proprio investimento emotivo e intellettuale. Altri fattori che emergono dalle testimonianze includono la mancanza di confini chiari tra vita lavorativa e vita privata, specialmente nell’era del lavoro da remoto, e la sensazione di essere costantemente “reperibili”, il che erode il tempo e le energie dedicate al recupero e al benessere personale.
Per promuovere un ambiente di lavoro sano e produttivo, gli esperti propongono un approccio olistico che coinvolga sia le policy aziendali che le pratiche individuali. A livello organizzativo, è fondamentale rivedere i sistemi di valutazione e retribuzione, garantendo che siano equi e trasparenti. È inoltre essenziale investire nella formazione dei manager, affinché siano in grado di creare un clima di fiducia, supportare lo sviluppo dei dipendenti e riconoscere i loro contributi. La promozione di una cultura aziendale basata sull’ascolto, sul rispetto reciproco e sull’empowerment è cruciale per ripristinare il senso di appartenenza e motivazione. Per i lavoratori, invece, è importante imparare a stabilire confini chiari, comunicare le proprie esigenze e cercare supporto quando necessario. La ricerca di equilibrio tra vita professionale e personale non è solo una scelta individuale, ma una responsabilità condivisa che richiede l’impegno sia dei dipendenti che dei datori di lavoro.
La transizione verso un nuovo paradigma lavorativo, dove il benessere dei dipendenti è al centro delle strategie aziendali, non è facile, ma è indispensabile per la sostenibilità a lungo termine delle organizzazioni e per la salute mentale della forza lavoro. Organizzazioni in grado di rispondere adeguatamente a queste recenti necessità, creando spazi professionali dove il valore dell’individuo e la sua salute psicofisica sono centrali, riusciranno non solo ad attrarre ma anche a mantenere i migliori talenti disponibili sul mercato. Ciò garantirà loro un percorso fiorente caratterizzato da successo e innovazione. Tale impresa richiede indubbiamente coraggio, disponibilità al cambiamento e una vera comprensione delle interazioni umane, specialmente nel panorama lavorativo contemporaneo.
Riscrivere le regole del gioco: prospettive e riflessioni sul valore del lavoro
Il fenomeno del quiet quitting ci invita a intraprendere una riflessione profonda sul significato intrinseco del lavoro nella società contemporanea e sul suo impatto sulla nostra psiche. Fondamentalmente, lo psicologo S. S. Tomkins (1962), attraverso la sua teoria affettiva, ci ha insegnato che le nostre emozioni primarie guidano il nostro comportamento e le nostre decisioni. Nel contesto lavorativo, un ambiente che genera costantemente emozioni negative come frustrazione, rabbia o tristezza, senza sufficienti stimoli di gioia o interesse, finirà per “spegnere” l’individuo, inducendolo al ritiro emotivo. Il quiet quitting può essere interpretato come un tentativo, spesso inconscio, di proteggere la propria sfera emotiva dagli effetti deleteri di un ambiente lavorativo percepito come negativo o esauriente. Non si tratta di mancanza di etica o di voglia di lavorare, ma di un meccanismo di autoregolazione emotiva che mira a minimizzare il contatto con fonti di stress eccessivo.
In una prospettiva più avanzata, possiamo riflettere sul concetto di “resilienza organizzativa” e di “contratto psicologico”. La resilienza organizzativa non si limita alla capacità di un’azienda di affrontare shock esterni, ma include anche la sua abilità di adattarsi e prosperare in un ambiente in cui i bisogni e le aspettative dei dipendenti sono in continua evoluzione. Un’organizzazione resiliente è quella che promuove un ambiente che nutre la psicologia dei suoi membri, riconoscendo che il benessere individuale si traduce in performance collettive superiori. Il quiet quitting mette in discussione il contratto psicologico implicito tra datore di lavoro e dipendente, ovvero le aspettative non scritte che guidano la relazione lavorativa. Se il dipendente sente che l’azienda non sta mantenendo la sua parte del contratto – ad esempio, offrendo opportunità di crescita, riconoscimento equo o un ambiente di supporto – è naturale che anche il suo impegno diminuisca.
Invitiamo ciascuno di noi a riflettere: siamo davvero impegnati in ciò che facciamo, o stiamo silenziosamente “dimettendoci” in qualche aspetto della nostra vita? Il quiet quitting, sebbene nasca in ambito lavorativo, può essere una metafora più ampia di come gestiamo le nostre energie e il nostro coinvolgimento nelle diverse sfere esistenziali. È un richiamo a non sacrificare la nostra salute mentale e il nostro benessere per cause che non ci risuonano veramente. Riscrivere le regole del gioco significa non solo per le aziende ripensare le proprie politiche, ma per ciascuno di noi riconnettersi con i propri valori più profondi e cercare ambienti – lavorativi e non – che li rispecchino e li coltivino. È un invito a scegliere consapevolmente dove investire il nostro tempo e la nostra energia, affinché la nostra vita non sia solo vissuta, ma pienamente esperita e valorizzata.
Glossario:
- Quiet Quitting: Fenomeno di disimpegno emotivo dai propri doveri lavorativi, in cui i dipendenti adempiono solo alle mansioni essenziali senza coinvolgimento extra.
- Burnout: Condizione patologica derivante da uno stress lavorativo persistente, contraddistinta da un marcato sfinimento emotivo, fenomeni di depersonalizzazione, oltre a una diminuzione della soddisfazione personale.
- Contratto Psicologico: Insieme di aspettative tacite stabilite fra il datore di lavoro e il dipendente circa le reciproche obbligazioni in un contesto professionale.








