- Scoperta di neuroni immaturi diffusi nel cervello adulto, non solo nell'ippocampo.
- La ricerca di Jonas Frisén conferma la neurogenesi nell'ippocampo anche in età adulta.
- La riserva di neuroni immaturi agisce come meccanismo di difesa, scoperta nel 2018.
- Esercizio fisico volontario migliora l'apprendimento e la memoria, soprattutto negli anziani.
- La plasticità residua spiega come superare traumi e stress prolungato.
Una rivoluzione nelle neuroscienze: la scoperta dei neuroni immaturi
Una recente scoperta, pubblicata in agosto su una prestigiosa rivista di settore, sta ridefinendo le nostre conoscenze sul cervello e la sua capacità di adattamento. Al centro di questa rivoluzione scientifica c’è il lavoro del Prof. Luca Bonfanti, anatomista veterinario torinese, la cui ricerca ha rivelato l’esistenza di grandi quantità di neuroni “giovani” nel cervello adulto. Questi neuroni, definiti neuroni immaturi, non sono limitati a specifiche regioni ma sono diffusi in diverse aree cerebrali, sfidando l’idea consolidata che la neurogenesi, ovvero la formazione di nuovi neuroni, fosse un fenomeno limitato principalmente all’ippocampo e ad altre nicchie specifiche.

La scoperta di Bonfanti e del suo team, che include anche una ricerca datata gennaio 2018, indica una inaspettata plasticità cerebrale anche in età adulta, un concetto che potrebbe riscrivere interi capitoli della neurologia e della psicobiologia. Uno studio recente effettuato da Jonas Frisén ha rivelato con chiarezza che la formazione di neuroni nell’ippocampo prosegue anche nei soggetti adulti. Questo fenomeno mette in luce un sofisticato processo di rinnovamento neuronale, il quale potrebbe avere ripercussioni rilevanti sul potenziamento delle capacità mnemoniche e sulle funzioni cognitive complessive. 1
Per decenni, il paradigma dominante nelle neuroscienze sosteneva che, dopo un certo periodo di sviluppo, il cervello perdesse gran parte della sua capacità di generare nuovi neuroni, limitando così le sue possibilità di recupero e adattamento. Tuttavia, le ricerche di Bonfanti, inizialmente condotte su modelli animali, in particolare roditori da laboratorio, hanno svelato una realtà ben più dinamica. Questi neuroni immaturi, pur non essendo pienamente differenziati, mantengono un potenziale di sviluppo, rendendo il cervello adulto più “plastico” di quanto precedentemente immaginato.
Questo significa che il cervello non è un organo statico, ma una struttura in costante (seppur lenta) rimodellamento, con implicazioni profonde per la comprensione dell’invecchiamento cerebrale, delle patologie neurodegenerative e, aspetto cruciale, della capacità di recupero da traumi. La “riserva” di neuroni immaturi fungerebbe da meccanismo di difesa o di mantenimento per la plasticità cerebrale, permettendo al cervello di affrontare meglio lo stress e i danni. Studi condotti già nel 2018 avevano sottolineato come l’individuazione di questa riserva potesse rappresentare una chiave per prevenire l’invecchiamento cerebrale, un’affermazione di enorme portata per la medicina preventiva e geriatrica.
Data | Scoperta | Ricercatore | Pubblicazione |
---|---|---|---|
2013 | Formazione di nuovi neuroni nell’ippocampo | Jonas Frisén | Science |
2018 | Neuroni immaturi come riserva per la plasticità cerebrale | Luca Bonfanti | Rivista di Neuroscienze |
La metodologia di ricerca di Bonfanti si basa sull’osservazione dettagliata e l’analisi anatomica, unendo le competenze della medicina veterinaria con quelle delle neuroscienze. Questo approccio interdisciplinare ha permesso di superare le barriere tra le diverse discipline, portando a scoperte che hanno un impatto significativo sia sulla comprensione del cervello animale che umano. La discussione sulla comparazione tra modelli animali e umani è stata, e continua a essere, un elemento centrale nel dibattito scientifico. Sebbene la neurogenesi diminuisca nell’uomo rispetto ai modelli animali di laboratorio, come evidenziato in un convegno sulla neurogenesi adulta, le scoperte sui neuroni immaturi suggeriscono che un “nuovo filone di ricerca” si stia aprendo, concentrato sulla conservazione di questa plasticità residua nel cervello umano.
Le future ricerche si concentreranno sull’attivazione di questi neuroni dormienti per la riparazione e il miglioramento delle funzioni cognitive, offrendo una speranza concreta per il trattamento di malattie come l’Alzheimer e per il recupero da lesioni cerebrali.
Plasticità cerebrale e invecchiamento: una riserva inattesa
Il concetto di plasticità cerebrale è fondamentale per comprendere come il cervello possa adattarsi, imparare e recuperare. Le scoperte sul ruolo dei neuroni immaturi, guidate dal Dott. Luca Bonfanti, arricchiscono questa comprensione, in particolare per quanto riguarda l’invecchiamento cerebrale. È stato evidenziato che la presenza di questi neuroni “giovani” agisce come una riserva strategica che il cervello può mobilitare per contrastare il declino cognitivo associato all’età. Questa riserva, come dimostrato in studi su modelli animali, suggerisce che l’invecchiamento non è un processo lineare e inesorabile di decadimento, ma piuttosto un processo che il cervello tenta attivamente di mitigare attraverso meccanismi intrinseci di riparazione e mantenimento della funzionalità.

Le implicazioni di questa scoperta sono vaste. Se possiamo identificare i fattori che promuovono o attivano questi neuroni immaturi, potremmo sviluppare strategie preventive e terapeutiche per rallentare o persino invertire alcuni effetti dell’invecchiamento cerebrale. Storicamente, l’attenzione della ricerca sulla plasticità cerebrale si è concentrata molto sulla neurogenesi nell’ippocampo, un’area chiave per la memoria e l’apprendimento. Tuttavia, il lavoro di Bonfanti, che data almeno al 2016 con la pubblicazione di “Nuovi neuroni: che farne?”, amplia questa prospettiva, mostrando come la plasticità sia un fenomeno più diffuso e complesso, coinvolgendo diverse regioni del cervello e tipologie di neuroni.
I modelli animali, in particolare i roditori da laboratorio, sono stati strumenti indispensabili per queste scoperte. Hanno permesso di osservare e manipolare i processi neurologici in un ambiente controllato, gettando le basi per la comprensione dei meccanismi sottostanti. Sebbene ci siano differenze tra la neurogenesi nei roditori e nell’uomo, la presenza di neuroni immaturi nella paleocorteccia dei roditori, individuata dallo stesso Bonfanti, fornisce un modello prezioso per esplorare analoghe strutture e funzioni nell’uomo. Questi studi non solo aprono nuove vie per la neuroscienza, ma stimolano anche una riflessione etica e scientifica sull’uso dei modelli animali nella ricerca, evidenziando il loro ruolo indispensabile nel progresso della conoscenza e nella potenziale risoluzione di problemi di salute umana.
La ricerca non si ferma all’identificazione; il passo successivo è capire come e quando questi neuroni si attivano e come possiamo influenzare tale attivazione a nostro vantaggio.
Implicazioni per la salute mentale e la resilienza
Le ricerche del Prof. Bonfanti sulla plasticità cerebrale e i neuroni immaturi hanno profonde implicazioni per la comprensione della salute mentale, dei traumi e della resilienza. Se il cervello possiede una riserva intrinseca di neuroni con il potenziale di svilupparsi e integrarsi, questo suggerisce una capacità di recupero e adattamento molto maggiore di quanto si credesse. Questa “plasticità residua” potrebbe essere la chiave per spiegare come alcuni individui riescano a superare eventi traumatici o periodi di stress prolungato, mostrando una resilienza straordinaria. La plasticità cerebrale, infatti, non è solo una questione di apprendimento e memoria, ma anche di capacità di rimodellare le reti neurali in risposta a nuove esperienze, incluse quelle negative.

La capacità del cervello di produrre nuovi neuroni o di mantenere stati immaturi in neuroni esistenti, potrebbe rappresentare un meccanismo biologico sottostante la resilienza psicologica. In contesti di traumi, come il Post-Traumatic Stress Disorder (PTSD), si verificano alterazioni significative nelle strutture e funzioni cerebrali. La possibilità di “riparare” o “riprogrammare” queste alterazioni attraverso l’attivazione di neuroni immaturi offre nuove prospettive terapeutiche. Anziché concentrarsi solo sull’attenuazione dei sintomi, le future terapie potrebbero mirare a promuovere meccanismi endogeni di recupero e rigenerazione neuronale, rafforzando la naturale capacità di resilienza del cervello.
La ricerca di Bonfanti, quindi, si inserisce nel più ampio contesto della medicina rigenerativa applicata alle neuroscienze, un campo in rapida evoluzione. Analizzando il fenomeno della neurogenesi adulta e la persistenza di neuroni immaturi, si apre la possibilità di concepire interventi che non solo curino le patologie, ma che potenzino proattivamente le capacità cognitive e di resilienza. Una migliore comprensione di questi processi, attraverso studi longitudinali e comparativi tra modelli animali e umani, è fondamentale.
Attualmente, la fase di ricerca è intensamente focalizzata sull’identificazione dei fattori molecolari e cellulari che regolano la vita e la differenziazione di questi neuroni. La speranza è che, una volta compresi a fondo questi meccanismi, si possano sviluppare farmaci o interventi comportamentali che stimolino questa “riserva” di plasticità. Nonostante Luca Bonfanti sia un anatomista veterinario, i suoi contributi stanno letteralmente “cambiando le Neuroscienze”, aprendo un “giallo” ancora a finale aperto che promette di rivoluzionare il nostro approccio alla salute mentale.
Costruire un futuro di benessere mentale attraverso la scienza
Le innovazioni condotte dal Professor Luca Bonfanti assieme al suo gruppo emergono come un autentico suscitatore d’ottimismo, riscrivendo le coordinate dell’ambito medico-tissutale in relazione alla salute mentale. La scoperta sorprendente riguardante i neuroni immaturi presenti nell’encefalo adulto rivela funzioni rilevanti per sostenere la plasticità neuronale oltre a ostacolare il naturale processo d’invecchiamento. Tale notizia ci invita a interrogarci su questioni fondamentali relative alla sostanza stessa del benessere psicologico nonché sulla resilienza dell’individuo dinanzi alle difficoltà quotidiane.
Questa tematica trascende i confini dei meri esperimenti scientifici; si profila invece come un cambiamento radicale capace di generare nuove prospettive terapeutiche verso problematiche diverse: dalle fluttuazioni cognitive associate all’età fino a malattie complicate come il disturbo post-traumatico (PTSD). Nell’ambito della disciplina conosciuta come psicologia cognitiva, tali risultati corroborano ulteriormente l’affermazione secondo cui il nostro cervello è connotato da qualità dinamiche: piuttosto che apparire statico o predestinato all’immutabilità, esso agisce quale entità soggetta alle influenze delle esperienze vissute. Inoltre, a questa continua formazione indica chiare evidenze secondo cui esiste ancora nelle persone anziane uno slancio innato verso possibilità pratiche di riorganizzazione ed adeguamento alle circostanze mutevoli. Questa è una nozione base ma fondamentale: il cervello è concepito per cambiare.
In ambito di psicologia comportamentale, ciò significa che interventi terapeutici mirati a modificare comportamenti e pattern di pensiero disfunzionali non si trovano di fronte a un muro insormontabile, ma possono sfruttare la predisposizione biologica alla plasticità. La terapia non è solo un processo di apprendimento, ma potenzialmente un catalizzatore per il rimodellamento neurale.
A un livello più avanzato, queste ricerche ci invitano a riflettere sulla complessità dell’interazione tra ambiente, esperienza e biologia cerebrale. Le scoperte di Bonfanti ci pongono di fronte alla domanda: quali sono gli stimoli, gli apprendimenti, le relazioni e gli stili di vita che possono attivare o sostenere al meglio questa “riserva” di plasticità cerebrale, permettendoci di affrontare con maggiore resilienza e salute gli eventi stressanti e i traumi della vita? Sebbene i modelli animali abbiano offerto le prime risposte, la sfida è ora tradurre questa conoscenza in strategie applicabili all’uomo, che vadano oltre l’approccio farmacologico e abbraccino una visione olistica del benessere. Si pensi all’importanza di un’esposizione continua a stimoli intellettuali e sociali, all’attività fisica, a una buona alimentazione e, non da ultimo, alla capacità di gestire lo stress. Queste pratiche potrebbero non essere solo consigli generali per una vita sana, ma fattori chiave per modulare la plasticità cerebrale a nostro vantaggio.
Glossario:
- Neurogenesi: processo di formazione di nuovi neuroni nel cervello.
- Plasticità cerebrale: capacità del cervello di modificare e adattare le proprie strutture e funzioni in risposta all’esperienza.
- Paleocorteccia: una parte antica della corteccia cerebrale, associata alla memoria e al comportamento.
In definitiva, il lavoro di Luca Bonfanti non è solo un trionfo scientifico; è un potente promemoria della straordinaria capacità del corpo umano di autoguarirsi e adattarsi, una capacità che, se compresa e stimolata correttamente, potrebbe svelare nuove frontiere nel trattamento dei disturbi mentali e nel potenziamento della resilienza umana. La ricerca in questo campo ci stimola a una riflessione personale profonda: come stiamo coltivando la nostra “riserva” di plasticità cerebrale? Siamo consapevoli di quanto le nostre esperienze quotidiane influenzino la struttura e la funzione del nostro cervello, fornendogli gli strumenti per affrontare le sfide future? La questione che ci poniamo non si limita a essere di ordine puramente accademico; essa esercita invece un effetto immediato sulla qualità della nostra esistenza quotidiana e sulle prospettive di benessere future.
- Studio del 2018 sui neuroni immaturi del Prof. Luca Bonfanti.
- Pagina del sito UniTo dedicata al Prof. Bonfanti, con contatti e affiliazioni.
- Approfondimento sulla neurogenesi adulta dal sito dell'Università di Torino.
- Pagina del docente Luca Bonfanti, con informazioni sulla sua carriera e pubblicazioni.