Deepfake e ansia: come difendere la tua mente nell’era della disinformazione?

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  • Dal 2020, algoritmi incredibili hanno inaugurato nuovi scenari psicologici.
  • Nel 2023, studio rivela aumento stress emotivo da notizie false.
  • Il 60% degli adolescenti italiani fatica a validare notizie online.
  • Nel 2025, +15% stress da disinformazione in cliniche psicologiche.
  • Nel 2024, avviati progetti pilota per alfabetizzazione mediatica ed emotiva.

Nell’attuale contesto comunicativo globale emerge una differenza sempre meno evidente fra ciò che è autentico e ciò che è costruito artatamente. Si sta manifestando così un’epoca caratterizzata da indecisione digitale, che coinvolge ogni aspetto del nostro vivere quotidiano. L’ascesa dei contenuti falsificati conosciuti come deepfake, unitamente alla circolazione indiscriminata di fake news su piattaforme web non controllate da filtri adeguati, differenzia le frontiere della nostra percezione dell’esistenza, con ripercussioni tangibili sulla psiche collettiva.

Tale situazione risulta particolarmente accentuata negli anni recenti; si può affermare con certezza che dal 2020 l’implementazione di incredibili algoritmi ha inaugurato nuovi scenari mai visti prima per quanto concerne la ricerca scientifica nel campo psicologico comportamentale/cognitivo. In questo frangente storico in cui il tessuto delle relazioni sociali presenta già evidenti segni d’incrinamento sotto lo stress delle dinamiche moderne, la società è costretta ad affrontare continui mutamenti: in queste condizioni il concetto stesso di verità sembrerebbe dissolversi all’orizzonte, deponendo nel suo passaggio sfiducia e inquietudine profonda nei singoli individui.

A farne le spese sono soprattutto i giovani – nativi digitali dotati dell’accesso costante alle informazioni ma privi degli strumenti per esercitare quel prezioso distinguere tra verità e finzione: (anche qui). Dunque essenzialmente ci troviamo davanti a incessanti flussi informativi (quasi colossali) ove fronteggiare carenze nella facoltà critica sta diventando profondamente problematico.

In che modo possiamo discernere l’autentico dall’ingannevole quando la simulazione riesce addirittura a oltrepassare le nostre intuizioni più profonde? Questo interrogativo non è più relegato esclusivamente ai circoli filosofici; oggi rappresenta una questione cruciale nel campo della scienza clinica.

I meccanismi psicologici che governano questa difficile discriminazione risultano intricati e plurifattoriali. Il nostro cervello, naturalmente predisposto a cercare senso ed armonia, si imbatte infatti in una persistente dissonanza cognitiva. Quando ciò che vediamo o ascoltiamo contrasta con le nostre esperienze precedenti o con le informazioni assimilate nel tempo, nasce uno stato confusionale capace talvolta di generare sentimenti quali ansia, paranoia o anche disillusione profonda. Secondo uno studio condotto nel 2023, l’esposizione continua a notizie false può incrementare notevolmente sia lo stress emotivo sia la propensione alla ruminazione tra i giovani adulti nella fascia d’età compresa fra 18 e 25 anni. Di conseguenza, la fiducia riposta nelle istituzioni pubbliche, nei media tradizionali, e addirittura nelle relazioni sociali digitalizzate conosce una diminuzione progressiva, provocando così l’emergere di sensazioni diffuse d’isolamento e generale miscredulità.

L’instabilità duratura non rappresenta solamente una situazione temporanea; essa forma piuttosto un campo fertilissimo per l’insorgere di problematiche come ansia o depressione severa fino ai disturbi dell’identità. L’idea di non potersi fidare nemmeno delle proprie percezioni visive o uditive può profondamente alterare le fondamenta della propria identità e minacciare la capacità individuale d’interagire efficacemente con l’ambiente circostante.

This phenomenon is especially acute among youth who are navigating a digital landscape where the distinction between reality and illusion is frequently obfuscated intentionally. In questo frangente evolutivo, le competenze richieste per esercitare un criterio critico sono emerse proprio durante l’esplosione dei deepfake e del fenomeno della disinformazione — circostanze che hanno reso arduo decifrare ciò che realmente accade attorno a loro. I risultati ottenuti da uno studio realizzato nel 2024 indicano che più del 60% degli adolescenti italiani avverte spesso una difficoltà significativa nell’accertare la veridicità delle notizie online; sorprendentemente, quasi il 40% ammette d’aver condiviso almeno una volta contenuti successivamente rivelatisi infondati.

I dati presentati risultano estremamente preoccupanti e pongono in evidenza l’urgenza indifferibile nel concepire approcci innovativi per garantire una robusta resilienza digitale. È fondamentale non limitarsi a formare individui capaci soltanto di riconoscere fonti attendibili; occorre puntare sulla dottissima capacità analitica riguardante i meccanismi dell’inganno.

L’universo virtuale, inizialmente considerato come una mera estensione della realtà tangibile, si trova ora sull’orlo di diventare una sfera cognitiva opprimente, nella quale la facoltà individuale del pensiero è continuamente soggetta all’assalto delle distorsioni e delle falsificazioni.

Le radici psicologiche della vulnerabilità e delle sue conseguenze a lungo termine

Nell’attuale panorama digitale, la predisposizione dell’essere umano a essere ingannato ha acquisito sfumature particolarmente inquietanti. Già dal passato si comprende come la psicologia comportamentale mostri la nostra tendenza innata verso il cosiddetto bias di conferma, un’inclinazione che ci porta involontariamente a cercare solo informazioni che rafforzano le idee già consolidate nella nostra mente. Questa attitudine diventa problematica quando si parla di disinformazione: essa ci rende facilmente influenzabili dalle falsità concordi con i nostri modi di pensare e difficile la ricerca di evidenze alternative o nel mettere in discussione ciò che consumiamo mediaticamente.

I deepfake sono emblematici delle insidie psico-cognitive attuali; essi approfittano della nostra solida fiducia riposta nelle immagini e nei video. Da generazioni ormai consideriamo tali rappresentazioni visive come testimonianze certe della verità dei fatti. L’abilità di alterare queste “prove” a un livello tanto avanzato da farle apparire indistinguibili dagli originali compromette uno degli aspetti più basilari delle nostre convenzioni mentali.

Tale fenomeno produce una netta frattura fra ciò che si percepisce e ciò in cui si crede realmente; questa disparità induce uno stato confuso capace d’incorrere in esiti profondamente negativi.

I neuroscienziati evidenziano come la prolungata esposizione a input vaghi o deliberatamente fuorvianti possa modificare i circuiti neuronali associati alla fiducia e alla valutazione della credibilità. In questo contesto, il cervello cerca disperatamente d’assimilare un’eccessiva mole d’informazioni contrastanti; tale pressione lo porta non solo ad affaticarsi ma anche all’insorgere d’atteggiamenti difensivi. Questi ultimi possono fornire una falsa sensazione di sicurezza ma al contempo alimentano un cinismo tale da rendere l’individuo scettico verso ogni messaggio comunicato – inclusi quelli veri. Ne deriva quindi uno stato definibile come iper-vigilanza, oppure la totale indifferenza nota come apatia informativa; entrambi questi stati comportano potenziali effetti duraturi sulla salute psichica dell’individuo.

L’ansia per la possibilità d’essere raggirati tende poi ad evolvere fino a trasformarsi in forme lievi di paranoia: così chi vive tali dinamiche comincia spesso dubitare della sincerità dei contenuti incontrati tanto nell’ambiente virtuale quanto nei contesti più tradizionali.

L’abilità nel formulare valutazioni stabili e nel preservare il controllo sulla propria realtà è stata gravemente compromessa, intensificando ansie preesistenti o dando origine a nuove forme d’ansia.

I riflessi derivanti da questa sfiducia non riguardano soltanto l’individuo ma si riverberano sul contesto sociale più ampio. Un ambiente dove la verità è continuamente contestata diventa terreno fertile per la polarizzazione sociale e per tentativi manipolatori. Nel corso del 2025 si registra un incremento del 15% nei casi documentati relativo allo stress da disinformazione, osservato all’interno delle cliniche psicologiche sia in Europa sia nel Nord America; i sintomi associati spaziano dall’insonnia all’irritabilità fino ad arrivare ad attacchi d’ansia legati al timore costante d’essere tratti in inganno. È inoltre evidente una crescita nelle comunicazioni riguardanti disturbi dell’identità, soprattutto tra coloro colpiti da deepfake dannosi o campagne mirate di informazione distorta; tali eventi hanno stravolto l’immagine pubblica dei soggetti coinvolti causando crisi esistenziali profonde ed esperienze dolorose legate a una sensazione palpabile della perdita dell’identità personale.

Immagine del concetto di deepfake e disinformazione

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  • Ottimo articolo! 👍 È fondamentale educare i giovani a......

L’adattamento alle sfide digitali implica una serie di meccanismi resilienti, all’interno dei quali la pratica medica connessa alla sfera psichica ed emotiva delle persone si rivela essenziale.

Nell’affrontare questa grave minaccia per il benessere psicologico collettivo, risulta ormai urgente sviluppare efficaci modalità per raggiungere una bella resilienza digitale. Questo processo non comprende esclusivamente il riconoscimento delle tecniche come i deepfake o le notizie false; implica soprattutto l’importanza nell’inculcare una sincera ‘attitudine critico-analitica’, nonché potenziare le capacità individuali legate all’‘autoregolamento emotivo’. Solo così sarà possibile orientarsi serenamente in mezzo al vasto oceano informativo attuale senza subire danno.

I programmi formativi dedicati alle competenze digitali dovrebbero mettere al centro dell’attenzione attività mirate come l’‘analisi rigorosa delle fonti’, il confronto tra diverse affermazioni basate su prove concrete e lo studio dettagliato degli algoritmi responsabili della diffusione dei contenuti. Tali azioni rappresentano fondamenta cruciali nella costruzione della resilienza; tuttavia è importante sottolineare che questo argomento trascende nettamente le mere nozioni tecniche per estendersi verso aspetti più complessi dal punto di vista psicosociale.

L’ambito della medicina volta al supporto della salute mentale affronta ora problematiche innovative necessitando quindi di un adattamento nelle metodologie sia diagnostiche sia terapeutiche impiegate. Il crescente incremento nei casi di Anxiety related to digital uncertainty;The trauma concerning media manipulation; sollecita misure ad hoc capaci di integrare pratiche tipiche della terapia cognitivo-comportamentale con percorsi focalizzati sullo sviluppo della propria‘meta-cognizione.’

A livello attuale non basta limitarsi al trattamento dei soli sintomi; diviene essenziale intervenire sulle radici del problema. È imprescindibile dotare le persone degli strumenti necessari affinché possano riedificare una sensible consapevolezza della realtà.

Tale approccio richiede significativi investimenti nella ricerca riguardante i biomarcatori correlati allo stress generato dai digital devices, oltre all’ideazione di terapie farmacologiche precise quando queste si rendano necessarie—un passo fondamentale in grado di alleviare gli aspetti più gravi del disagio psicologico così da facilitare l’accesso adeguato alle pratiche terapeutiche.

Inoltre, una cooperazione sinergica tra professionisti della scienza, inclusi esperti in psiche cognitiva,-neuroscienze-dottori specializzati nell’ambito dei social network si mostra cruciale nel tentativo di indagare in profondità il perdurante danno provocato dalla tecnologia.-Studi inerenti al metodo della mindfulness-suscitano grande interesse poiché potrebbero giocare un ruolo chiave nel supporto alla gestione dell’eccessiva quantità d’informazioni con cui quotidianamente ciascun individuo si confronta. Dobbiamo puntualmente rinforzare lo spirito attraverso quella che ci si auspica possa diventare una vera e propria “immunizzazione” contro le insidie digitali, una barriera tanto tecnologica quanto emotiva rivolta a salvaguardarne la vulnerabilità dalle manipolazioni esterne che quotidianamente ci circondano. Nel corso del 2024 sono stati avviati progetti pilota all’interno delle istituzioni scolastiche e accademiche che hanno lo scopo di valutare programmi integrativi. Tali iniziative mirano a coniugare l’alfabetizzazione mediatica con pratiche dedicate all’autoconsapevolezza emotiva. I risultati ottenuti finora appaiono incoraggianti: si è registrata una significativa diminuzione dell’ansia tra gli studenti accompagnata da un incremento della loro autoefficacia nella valutazione critica delle informazioni. Ci si attende che il 2026 rappresenti un punto decisivo per la diffusione estensiva di tali approcci innovativi nel campo dell’istruzione e della terapia.

Il nostro baluardo interiore contro l’ondeggiamento del reale

Nell’attuale contesto marcatamente turbolento delle informazioni – peraltro intessute da filtri e fraintendimenti – ci troviamo in balia delle correnti artificiali capaci non solo di distorcere ma anche di destabilizzare radicalmente il nostro rapporto con ciò che consideriamo veritiero. In questo frangente, l’argomento relativo alle deepfake svela dimensioni intricate legate sia alla psicologia cognitiva sia alla psicologia comportamentale, due aree del sapere impegnate nell’esplorazione della comprensione umana. Riflettendo sulla sostanza del problema in esame si evince come esso discenda da assunti fondamentali riguardanti l’elaborazione mentale: noi agiamo sempre affinché gli eventi quotidiani acquisiscano significato.

L’approccio attraverso cui elaboriamo i dati informativi dipende intrinsecamente dal confronto con idee preesistenti o esperienze personali vissute; questo processo mira incessantemente all’armonizzazione della nostra storia individuale. Tuttavia, i meccanismi dei deepfake smascherano questa vulnerabilità aperta all’interpretazione errata dei messaggi recepiti; infatti questi alter ego digitali distorcono tale armonia narrativa proponendo contenuti surreali densi d’incoerenza psicologica. Ecco spiegato perché si ha l’impressione frustrante che continui qualche sconosciuto ad intervenire arbitrariamente sulle pagine raccontate in un romanzo interminabile: un sovvertimento continuo rende arduo cogliere i significati nascosti dietro la parola scritta, e genera così tensioni profonde: il rischio diventa infatti quello della crescente disillusione nei confronti dell’intera esperienza letteraria.

Andando più a fondo, una nozione avanzata riguarda la teoria della gestione del terrore. Questa teoria suggerisce che gli esseri umani sono intrinsecamente consapevoli della propria mortalità e che, per gestire l’ansia che ne deriva, aderiscono a visioni del mondo culturali che forniscono significato, valore e un senso di immortalità simbolica. Quando la disinformazione e i deepfake minano queste visioni del mondo, mettendo in discussione la verità e la realtà stessa, essi attaccano un meccanismo di difesa psicologico fondamentale.

Immagine che rappresenta la vulnerabilità umana alla disinformazione

La sensazione di non poter più distinguere il vero dal falso può generare una profonda angoscia esistenziale, una sorta di “terrore epistemologico”, perché non solo non sappiamo più in cosa credere, ma perdiamo anche la base su cui costruivamo il nostro senso di sicurezza e di permanenza nel mondo. Questa condizione può essere estremamente debilitante, rendendo difficile trovare un senso di stabilità e di identità.

Di fronte a tutto questo, possiamo stimolare una riflessione personale: quanto siamo disposti a difendere la nostra percezione della realtà? Quanto siamo consapevoli di quanto stiamo investendo, emotivamente e cognitivamente, nel discernimento critico? Non si tratta di diventare scettici fino all’estremo, ma di coltivare una sana curiosità e una resilienza intellettuale.

Dopotutto, il mondo esterno, con le sue meraviglie e le sue sfide, è degno di essere conosciuto e vissuto nella sua autenticità, anche se complessa e sfaccettata, piuttosto che perdersi in un labirinto di eco e simulacri. La nostra salute mentale dipende anche da questa capacità di rimanere ancorati, con gentilezza e fermezza, alla verità del nostro sentire e del nostro comprendere.

Glossario:
  • Deepfake: tecnologie di intelligenza artificiale che creano video o audio falsi, facilmente confondibili con contenuti autentici.
  • Bias di conferma: la tendenza a cercare informazioni che confermano le proprie credenze preesistenti.
  • Mindfulness: pratica di concentrazione e consapevolezza del momento presente, utilizzata per migliorare il benessere psicologico.
  • Teoria della gestione del terrore: concetto psicologico che esplora come le persone affrontano l’ansia derivante dalla consapevolezza della morte.

Immagine che simboleggia la resilienza contro la disinformazione digitale


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