Crisi di replicabilità nella ricerca psicologica: cosa significa per la salute mentale?

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  • Nel 2015, solo il 39% degli studi psicologici è stato replicato con successo.
  • Il bias di pubblicazione incentiva risultati statisticamente significativi e «nuovi».
  • La preregistrazione contrasta il p-hacking e l'HARKing.

La ricerca psicologica sotto esame: una crisi di affidabilità

Attualmente il settore della ricerca psicologica sta vivendo una fase caratterizzata da un significativo scetticismo accompagnato da una scrupolosa riconsiderazione critica: tale situazione è dovuta essenzialmente alla nota crisi di replicabilità. Questo termine si è radicato nel discorso metodologico e evidenzia l’allarmante incidenza con cui vari risultati emersi da studi pubblicati su rinomate riviste sfuggono alla possibilità di essere riprodotti attraverso sperimentazioni condotte autonomamente. Il livello d’importanza coinvolto è estremamente alto; infatti, ogni disciplina scientifica poggia sul principio della verificabilità e sulla necessità che i dati siano ricreati come elementi centrali per garantirne l’affidabilità. Qualora uno studio risultasse irreplicabile, ne deriverebbe una grave compromissione riguardo alla credibilità dello stesso e all’affidamento conferitogli sia dalla popolazione generale sia dall’intero ambito accademico.

Questa problematicità non rappresenta affatto un evento isolato degli ultimi anni; anzi ha acquisito maggiore visibilità soprattutto nell’arco degli ultimi venti anni grazie a indagini dedicate a tentare repliche su ampie fasce delle ricerche condotte nel campo psicologico. Ad esempio, un’indagine del 2015, condotta su 100 studi pubblicati su tre importanti riviste di psicologia, ha rivelato che solo il 39% dei risultati originali è stato replicato con successo. Analogamente, un altro studio del 2018, focalizzato su ricerche di economia sperimentale, ha riscontrato un tasso di replicabilità del 61%. Questi numeri, sebbene variabili a seconda del campo di indagine specifico, dipingono un quadro complessivo in cui la replicabilità non è affatto una garanzia, ma piuttosto un’eccezione in molte aree della ricerca psicologica e, più in generale, delle scienze sociali. La gravità di questa situazione è ulteriormente accentuata dal fatto che, storicamente, la psicologia ha faticato a consolidare una percezione di “scienza dura” rispetto ad altre discipline, e questa crisi rischia di erodere ulteriormente la sua credibilità.

Le conseguenze della crisi di replicabilità sono molteplici e toccano diversi livelli. In primo luogo, essa mina la progressione cumulativa del sapere scientifico. Quando i presupposti delle nuove teorie e ipotesi sono insicuri, sussiste il concreto rischio che l’intera struttura del sapere possa collassare. Inoltre, questa condizione provoca una considerevole dispersione delle risorse disponibili: tempo, finanziamenti ed energie intellettuali vengono investiti in ricerche che successivamente risultano poco attendibili. Ma ciò che potrebbe essere ancora più allarmante riguardo all’impatto sociale della psicologia è il fatto che la continuazione degli studi non replicabili possa generare pratiche cliniche o interventi ancorati a evidenze inconsistenti o sbagliate; ciò comporta ripercussioni potenzialmente deletere sulla salute mentale dei soggetti coinvolti. In un periodo in cui cresce l’attenzione verso le tematiche legate alla salute mentale e dove molti cercano chiarimenti e approcci sorretti da prove scientifiche affidabili, diventa cruciale per la psicologia affrontare con fermezza questo problema mantenendo massima trasparenza.

Fattori scatenanti: i “bias” e le cattive pratiche metodologiche

Le cause alla base della crisi di replicabilità sono complesse e multifattoriali, spesso interconnesse e derivanti da una combinazione di pressioni sistemiche e pratiche di ricerca discutibili. Una delle principali criticità risiede nel bias di pubblicazione, ovvero la tendenza delle riviste scientifiche a preferire la pubblicazione di studi che presentano risultati statisticamente significativi e “nuovi”, rispetto a quelli che mostrano risultati nulli o che tentano di replicare ricerche esistenti. Questa preferenza crea un incentivo per i ricercatori a formulare ipotesi che hanno maggiori probabilità di produrre risultati “positivi” e, talvolta, a manipolare inconsciamente o meno i dati per raggiungere la significatività statistica desiderata, un fenomeno noto come “p-hacking”. Il p-hacking si verifica quando i ricercatori raccolgono e analizzano i dati in modi che aumentano le possibilità di ottenere un valore p inferiore a 0.05 (il valore soglia comunemente accettato per la significatività statistica), anche quando non c’è un effetto reale. Ciò può includere la raccolta di dati fino al raggiungimento della significatività, l’esclusione selettiva di outlier, o la prova di molteplici analisi statistiche fino a trovarne una che produca un risultato “significativo”.

Oltre al p-hacking, altre pratiche di ricerca discutibili contribuiscono alla crisi. Tra queste, la cosiddetta HARKing (Hypothesizing After the Results are Known), che consiste nel formulare un’ipotesi a posteriori, dopo aver già esaminato i risultati, spacciandola per un’ipotesi originale formulata prima della raccolta dati. Questo processo, pur non essendo intrinsecamente “disonesto” in ogni contesto, altera la natura esplorativa della ricerca e la trasforma in una conferma ad hoc, privando i risultati della loro genuina validità predittiva. Un altro problema è rappresentato dalla mancanza di trasparenza nella metodologia. Spesso, gli articoli pubblicati non forniscono dettagli sufficienti sui protocolli di ricerca, sui materiali utilizzati, sulle procedure di raccolta dati o sulle analisi statistiche, rendendo estremamente difficile per altri ricercatori replicare lo studio con precisione. Questa opacità può derivare sia da un’eccessiva sintesi dovuta a limiti di spazio, sia da una volontaria omissione di dettagli che potrebbero rivelare debolezze metodologiche.

Infine, la pressione accademica gioca un ruolo non secondario. Il sistema attuale di valutazione della carriera accademica premia il numero di pubblicazioni, l’impatto delle riviste in cui si pubblica (spesso espresso tramite il fattore di impatto) e l’originalità dei risultati. Questo sistema incentiva i ricercatori a perseguire studi “innovativi” e “positivi”, anche a scapito della robustezza metodologica e della replicabilità. La competizione per l’ottenimento di finanziamenti e posizioni accademiche contribuisce a creare un ambiente in cui la pubblicazione di risultati inconclusivi o di repliche fedeli è meno valorizzata. Si stima che, in alcuni ambiti, la maggior parte dei tentativi di replicazione non venga nemmeno intrapresa, per timore di non ottenere riconoscimenti professionali. Questa combinazione di fattori genera un circolo vizioso che perpetua la produzione di letteratura scientifica con fondamenta potenzialmente fragili, compromettendo l’integrità del processo scientifico nel suo complesso.

Brain and heart illustration

Soluzioni e vie per una ricerca più solida

Per affrontare efficacemente la crisi di replicabilità e ripristinare la fiducia nella ricerca psicologica, sono state proposte e implementate diverse soluzioni. Tra le più promettenti figura la preregistrazione degli studi. Questa pratica innovativa prevede che i ricercatori registrino pubblicamente il loro piano di ricerca – incluse le ipotesi, le metodologie, i campioni, le variabili e le analisi statistiche – prima di iniziare la raccolta dei dati. In questo modo, si contrasta il p-hacking e l’HARKing, poiché gli eventuali aggiustamenti o deviazioni dal piano originale devono essere giustificati e documentati, garantendo una maggiore trasparenza e integrità. Diverse piattaforme online, come l’Open Science Framework (OSF), facilitano la preregistrazione, rendendola accessibile e tracciabile, e molte riviste scientifiche stanno iniziando a richiedere o a incentivare questa pratica come requisito per la pubblicazione. Ad esempio, alcune riviste offrono il badge “Registered Report” per gli studi preregistrati che aderiscono a rigorosi standard metodologici, indipendentemente dall’esito dei risultati. Una soluzione di vitale importanza consiste nella condivisione open della ricerca. Questa pratica abbraccia non solo il rilascio dei dati grezzi ma anche il codice utilizzato per le analisi statistiche insieme a tutto il materiale coinvolto nello studio (come questionari e stimoli). Un livello elevato di trasparenza consente ad altri studiosi l’opportunità di scrutinare i dati stessi e validare le analisi condotte; così facendo possono tentare una replica più precisa dello studio originale se lo desiderano. Tale approccio accresce notevolmente sia l’aspettativa di replicabilità che incoraggia collaborazioni proficue tra ricercatori, oltre a ottimizzare l’utilizzo delle informazioni raccolte nel corso della singola indagine scientifica. Nonostante ci siano interrogativi etici riguardanti le informazioni personali degli utenti coinvolti nella ricerca aperta — questioni complesse, infatti — ci sono già metodi robusti impiegabili per tutelarne l’anonimato senza compromettere l’accessibilità al sapere collettivo degli scienziati. Infine, è evidente che l’adozione della condivisione aperta sta acquisendo slancio considerevole nel panorama accademico attuale; invero, alcune istituzioni erogatrici evidenziano requisiti stringenti su questo aspetto rendendolo mandatorio nelle ricerche da esse sovvenzionate.

Parallelamente a queste innovazioni procedurali risulta essenziale coltivare un’apposita cultura della replica. Questo significa che i tentativi di replicazione non devono essere visti come meno prestigiosi degli studi originali, ma piuttosto come un elemento essenziale per la verifica e la validazione della conoscenza scientifica. Le riviste dovrebbero dedicare sezioni specifiche alle repliche, e i comitati di valutazione dovrebbero riconoscere il valore accademico di tali lavori. Un esempio virtuoso è la creazione di consorzi internazionali per progetti di replicazione su larga scala, come il “Many Labs Project”, che coinvolge centinaia di ricercatori in tutto il mondo per replicare simultaneamente un set di esperimenti psicologici. Questi sforzi collettivi non solo generano dati robusti sulla replicabilità, ma educano anche la nuova generazione di ricercatori all’importanza della metodologia rigorosa. Il focus deve spostarsi dalla “novità” alla “robustezza” dei risultati, favorendo un ambiente in cui la ricerca di alta qualità sia premiata, indipendentemente dal fatto che i risultati siano originali o una conferma di quanto già scoperto.

Riflessioni sulla salute mentale e il ruolo della psicologia

In questo scenario caratterizzato da una necessaria ristrutturazione metodologica emerge chiaramente l’importanza del profondo legame fra la crisi della replicabilità ed ambiti quali la psicologia cognitiva, quella comportamentale, oltre alla traumatologia e alla salute mentale. Questo è un periodo determinante per la disciplina psicologica: stiamo assistendo a significative scoperte unite a un peso etico notevole poiché i risultati delle indagini riguardano direttamente il welfare individuale. L’abilità nel decifrare e agire sui meccanismi mentali nonché sul comportamento umano—insieme agli effetti derivanti dai traumi—è intimamente collegata alla robustezza delle basi scientifiche su cui poggiano sia teorie che pratiche professionali.

Tra gli aspetti fondamentali sottolineati da tale realtà vi è l’idea secondo cui per intendere adeguatamente il funzionamento della psiche umana non si può ignorare l’importanza del riscontro rigoroso delle varie ipotesi formulate. Anche nell’ambito della ricerca in psicologia cognitiva o comportamentale—in quanto dedica attenzione a entità altamente intricate—è imprescindibile tendere verso modelli sperimentali replicabili affinché i risultati possano essere considerati realmente validi per interpretazioni più ampie. Prendiamo in considerazione la questione legata agli interventi terapeutici mirati a ridurre i danni causati da traumi: se le prove empiriche riguardanti la loro efficacia mancano di replicabilità, quale fiducia possiamo riporre in tali protocolli per garantire il conseguimento dei risultati auspicati? È essenziale che questo interrogativo venga posto da ogni esperto nel campo della salute mentale; esso orienta verso un’analisi più scrupolosa e ben informata delle evidenze scientifiche disponibili. Nella complessità del nostro laboratorio psicologico – permeato da processi mentali, affettivi e comportamentali – la replicazione assomiglia all’esecuzione continua di test fino al raggiungimento dello stesso esito. Tali pratiche costituiscono il fondamento della nostra interpretazione della realtà. Il desiderio profondo è quello di evitare situazioni frutto di inganni o fraintendimenti, aspirando invece a costruire argomentazioni su fondamenta fortemente corroborate. Questa complessità rende intrinsecamente difficile la generalizzazione dei risultati e, talvolta, pone sfide uniche alla replicazione rigorosa. Tuttavia, ciò non deve condurre a un allentamento degli standard metodologici, bensì a un’evoluzione degli approcci di ricerca. Potremmo ad esempio abbracciare una metodologia più orientata alla “scienza di caso singolo” per i trattamenti più innovativi o personalizzati, o sviluppare modelli statistici più sofisticati che tengano conto della variabilità individuale. L’obiettivo non è trasformare la psicologia in una scienza esatta come la fisica, ma piuttosto renderla una scienza profondamente consapevole delle sue specificità e dei suoi limiti, e allo stesso tempo impegnata a massimizzare la validità e l’affidabilità dei suoi risultati. La sfida è grande, ma l’opportunità di costruire una psicologia più robusta e trasparente, capace di servire al meglio il benessere collettivo, è ancora più grande.


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