- Don Antonio Mazzi è scomparso il 31 luglio 2026 all'età di 96 anni a Milano.
- Ha fondato la Fondazione Exodus nel 1989, dopo l'esperienza al Parco Lambro nel 1984.
- La sua visione del "pastore" anticipava la psicologia sociale e la prevenzione primaria.
- Nel 1974 firmò la prima convenzione per il servizio civile per obiettori di coscienza.
- Exodus è riconosciuta per la lotta alle dipendenze e al disagio giovanile.
Il 31 luglio 2026, all’età di 96 anni, si è spento a Milano don Antonio Mazzi, figura emblematica e fondatore della Fondazione Exodus. La sua scomparsa, avvenuta alle ore 17:00, ha lasciato un vuoto incolmabile, ma al contempo ha rafforzato la determinazione della sua comunità a proseguire l’opera iniziata. Don Mazzi non è stato solo un sacerdote, ma un visionario, un uomo d’azione che ha dedicato la sua intera esistenza a coloro che la società tendeva a emarginare, offrendo percorsi di rinascita e speranza a migliaia di giovani e famiglie. La sua vita, iniziata in salita a San Massimo nel 1929, segnata dalla perdita del padre a un anno e dalla povertà, gli ha fornito una lente unica per comprendere le dinamiche più complesse e nascoste della società. Questa profonda comprensione lo ha portato a intuizioni rivoluzionarie, come quella espressa nella metafora del pastore: se un tempo si recuperava la pecora smarrita lasciando le altre 99 nel recinto, oggi è necessario badare all’unica rimasta, poiché sono le 99 a fuggire. Questa visione anticipava con decenni di anticipo le sfide della salute mentale e del disagio sociale contemporaneo, rendendo la sua opera di straordinaria rilevanza nel panorama attuale della psicologia cognitiva e comportamentale.
Le radici di un impegno inarrestabile: da Verona a Exodus
Prima di diventare il volto di Exodus nel 1989, don Mazzi ha seminato un terreno fertile a Verona, la sua città natale. Ordinato sacerdote nella Congregazione dei Poveri Servi della Divina Provvidenza (Opera don Calabria), ha avviato iniziative pionieristiche di assistenza e formazione. Tra queste, il centro professionale per disabili Don Calabria di via Roveggia, a Golosine, che si è poi evoluto nel centro integrato di riabilitazione di via San Marco, a Borgo Milano. Questo progetto, nato dalla sua intuizione di integrare disabilità e lavoro, ha avuto uno sviluppo a livello europeo, dimostrando la sua capacità di trasformare idee in realtà concrete. Nel 1974, la sua firma sancì la prima convenzione per il servizio civile per gli obiettori di coscienza, un’iniziativa che ha offerto un’alternativa al servizio militare e un’opportunità di impegno sociale per molti giovani, come testimoniato da Mao Valpiana, uno dei primi obiettori inseriti in un progetto di servizio civile nei suoi centri. La sua “sana follia”, come amava definirla, unita a una profonda spiritualità ispirata a don Calabria, gli ha permesso di cogliere i bisogni emergenti, come quello della riabilitazione dei bambini disabili che sarebbero diventati adulti, portando alla creazione di case famiglia e centri di riabilitazione. La sua capacità di coinvolgere la comunità e le istituzioni, trovando appoggi convinti in figure come l’allora sindaco Giorgio Zanotto, ha reso possibile la realizzazione di progetti complessi e innovativi. L’esperienza di Milano, al Parco Lambro nel 1984, all’epoca un epicentro dello spaccio di droga, ha segnato la nascita di Exodus. In questo contesto, don Mazzi si è prodigato al fianco delle persone affette da tossicodipendenza, coinvolgendole attivamente nel recupero dell’area e della struttura agricola che sarebbe poi divenuta la sede della fondazione. In un periodo in cui anche Verona era afflitta dalla piaga della droga, don Mazzi, insieme ad altre realtà come la Comunità dei giovani di don Sergio Pighi e il Centro italiano di solidarietà di monsignor Francesco Avanzini, ha fornito una risposta organizzata e dal basso, dimostrando una straordinaria capacità di leadership e innovazione sociale.

- Un esempio di altruismo e dedizione, la sua eredità è immensa... 🙏...
- Pur riconoscendo l'impegno, il suo approccio ha mostrato anche dei limiti... 🤔...
- La sua intuizione sulla "pecora smarrita" è sorprendente per l'attualità... 🐑...
Un “prete matto” e la sua visione del welfare educativo
Don Antonio Mazzi, spesso autodefinitosi un “prete matto”, ha rivoluzionato il concetto di welfare educativo, trasformando l’accoglienza e l’educazione in un cammino di rinascita. La sua attività non si è limitata a un semplice approccio assistenziale, ma ha trovato il suo fondamento nell’assoluta fiducia nella persona e nella ferma convinzione che ogni esistenza, anche la più segnata, possa trovare una nuova partenza. Tale principio ha costituito la forza trainante della Fondazione Exodus, istituita nel 1984 con la “Carovana Exodus”, un programma pedagogico itinerante che offriva ai giovani una concreta via di trasformazione attraverso la condivisione, l’impegno e la vita di comunità. Da questa profonda intuizione è nata una vasta rete di comunità, centri diurni e spazi educativi dedicati ad adolescenti, giovani e nuclei familiari, che ha consacrato Exodus come una delle realtà più rilevanti nel panorama del Terzo Settore italiano per la lotta alle dipendenze e al disagio giovanile. La sua preparazione pedagogica e psicologica, unita alla formazione teologica, gli ha permesso di costruire un’esperienza pastorale e sociale riconosciuta a livello nazionale. Don Mazzi è stato un innovatore nelle politiche di welfare, un punto di riferimento nell’accompagnamento delle persone più vulnerabili, dedicando ogni giorno della sua vocazione a chi la società tendeva a scartare. La sua personalità schietta, a tratti provocatoria, ma sempre incentrata sull’ascolto e sulla creazione di legami, ha rappresentato per decenni un modo esigente e profondamente umano di concepire la missione sacerdotale. La sua frase “Non ero io ad aver salvato i ragazzi, ma erano stati proprio i miei ragazzi difficili a salvare me” racchiude l’essenza del suo approccio, evidenziando una reciprocità nel processo di cura e crescita che è fondamentale nella psicologia comportamentale moderna.
L’eco di un’anima generosa: riflettere sul significato della cura
La scomparsa di don Antonio Mazzi ci invita a una riflessione profonda sul significato della cura, dell’accoglienza e della resilienza umana. La sua vita, un esempio tangibile di come l’azione concreta e le grandi intuizioni possano trasformare il panorama sociale, ci lascia un’eredità preziosa. Nel campo della psicologia cognitiva, l’opera di don Mazzi ci ricorda l’importanza della ristrutturazione cognitiva e della creazione di nuove narrazioni personali per chi ha vissuto traumi e dipendenze. Egli non si limitava a “curare” i sintomi, ma lavorava sulla percezione che l’individuo aveva di sé e del proprio futuro, offrendo strumenti per riscrivere la propria storia.
A un livello più avanzato, la sua capacità di creare comunità e di promuovere il servizio civile anticipava concetti moderni di psicologia sociale e comunitaria, dove il benessere individuale è intrinsecamente legato al benessere collettivo e alla partecipazione attiva. La sua visione di un “pastore” che si preoccupa delle 99 pecore che fuggono, anziché della singola smarrita, è una metafora potente che ci spinge a considerare l’importanza della prevenzione primaria e della promozione della salute mentale a livello di sistema, non solo di intervento individuale.
La sua vita ci stimola a interrogarci: quanto siamo disposti a vedere oltre le apparenze, a riconoscere il disagio non come un’anomalia individuale, ma come un sintomo di dinamiche sociali più ampie? E quanto siamo pronti a investire nella creazione di contesti che favoriscano la rinascita e la speranza, anche per coloro che sembrano aver perso ogni direzione? Don Mazzi ci ha mostrato che la vera cura non è solo terapia, ma anche relazione, fiducia e azione concreta, un invito a non arrenderci mai alla rassegnazione, ma a continuare a lottare con la stessa passione e quella “sana follia” che ha contraddistinto la sua straordinaria esistenza.








