Elettroshock e psicofarmaci: la psichiatria italiana tra ombre e speranze

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  • Nel 2025, la TEC è ancora praticata in almeno otto strutture italiane.
  • Nel 2021, circa il 7% degli italiani ha usato antidepressivi.
  • Nel 2023, la spesa pubblica per antidepressivi supera i 432 milioni di euro.

Tra terapie invasive e diagnosi in espansione

Era il 18 aprile 1938 quando Ugo Cerletti, insieme a Lucio Bini, inaugurò una nuova era nella psichiatria, un’era segnata dall’elettroshock. Un uomo, reo di viaggiare senza biglietto, divenne il primo soggetto di un esperimento che avrebbe cambiato per sempre il volto della cura mentale. “Non un’altra volta! È terribile”, implorò l’uomo, una supplica inascoltata. Da quel momento, la terapia elettroconvulsivante (TEC) ha continuato a essere praticata, seppur con alterne fortune, sollevando interrogativi etici e dubbi sulla sua efficacia a lungo termine. Oggi, nel 2025, la TEC è ancora una realtà in almeno otto strutture sanitarie italiane, un dato che suscita riflessioni sulla persistenza di pratiche invasive in un contesto di crescente attenzione alla salute mentale.

La TEC, utilizzata principalmente per depressione grave, stati maniacali, catatonia acuta e schizofrenia resistenti ai farmaci, rimane avvolta in un alone di mistero. I meccanismi di azione che ne determinano l’efficacia non sono ancora del tutto chiari, e gli effetti collaterali, come la perdita temporanea della memoria, sollevano preoccupazioni. Alcuni sostengono che la perdita di memoria possa attenuare i sintomi della depressione, ma questo beneficio sembra svanire con il ritorno dei ricordi. Questa pratica, nata quasi un secolo fa, continua a dividere l’opinione pubblica e gli esperti del settore.

L’influenza dell’industria farmaceutica e l’aumento del consumo di psicofarmaci

Parallelamente alla discussione sulla TEC, emerge un altro tema cruciale: l’influenza dell’industria farmaceutica nella diagnosi e nel trattamento dei disturbi mentali. Il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM), strumento di riferimento per la classificazione dei disturbi mentali, è stato oggetto di critiche per il suo legame con le case farmaceutiche. Si sospetta che i conflitti di interesse possano abbassare le soglie diagnostiche, portando a un aumento del numero di diagnosi e, di conseguenza, alla prescrizione di più farmaci.

Un esempio lampante di questa tendenza è la riduzione dei tempi necessari per diagnosticare la depressione. Se nel 1989 era necessario un anno di tristezza persistente, nel 2013 sono sufficienti due settimane. Questo cambiamento solleva interrogativi sulla medicalizzazione della tristezza e sulla possibilità che la società stia etichettando come patologiche reazioni emotive normali. In Italia, il consumo di psicofarmaci è in costante aumento, con un picco nel 2020 a seguito dell’emergenza Covid. Nel 2021, circa il 7% della popolazione italiana ha utilizzato antidepressivi, con una spesa pubblica di oltre 432 milioni di euro nel 2023. Questi dati evidenziano la necessità di una riflessione critica sull’uso degli psicofarmaci e sulla loro efficacia a lungo termine.

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TSO e stigma: un circolo vizioso

Un altro aspetto critico della psichiatria italiana è il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO), una misura che consente di sottoporre una persona a cure mediche contro la sua volontà. In Italia, vengono effettuati circa 6000 TSO all’anno, ma i dati precisi sono difficili da ottenere. Il TSO solleva questioni etiche e legali, in quanto limita la libertà individuale e può essere percepito come una forma di coercizione.

Inoltre, la psichiatrizzazione comporta uno stigma sociale che può persistere per tutta la vita. Le persone etichettate come “malate mentali” rischiano di perdere credibilità e di essere messe in discussione in ogni ambito della loro vita. Questo stigma può ostacolare il recupero e l’integrazione sociale, creando un circolo vizioso di esclusione e marginalizzazione. La storia della Residenza sanitaria assistenziale Pandolfi di Pergine Valsugana, sorta in alcuni degli spazi dell’ex manicomio, è un esempio emblematico di come il passato continui a pesare sul presente.

Verso una psichiatria più umana e consapevole

La storia della psichiatria italiana è costellata di ombre e luci, di progressi scientifici e di pratiche discutibili. L’elettroshock, l’uso eccessivo di psicofarmaci, il TSO e lo stigma sociale sono solo alcuni degli aspetti critici che richiedono una riflessione approfondita. È necessario promuovere una psichiatria più umana e consapevole, che metta al centro la persona e i suoi bisogni, che valorizzi l’ascolto e il dialogo, che eviti la medicalizzazione eccessiva e che combatta lo stigma sociale.

Un invito alla riflessione: oltre le etichette, la persona

Amici, riflettiamo un attimo. La psichiatria, come ogni branca della medicina, ha il suo lato oscuro, le sue zone d’ombra. Ma dietro ogni diagnosi, dietro ogni terapia, c’è una persona, con la sua storia, le sue emozioni, le sue fragilità. La psicologia cognitiva ci insegna che i nostri pensieri influenzano le nostre emozioni e i nostri comportamenti. Se ci etichettiamo come “malati mentali”, rischiamo di intrappolarci in un circolo vizioso di negatività.

E qui entra in gioco un concetto più avanzato: la resilienza. La capacità di superare le avversità, di trasformare le difficoltà in opportunità. La resilienza non è una caratteristica innata, ma una competenza che si può apprendere e sviluppare. Impariamo a prenderci cura della nostra salute mentale, a coltivare pensieri positivi, a cercare aiuto quando ne abbiamo bisogno. Non lasciamoci definire dalle etichette, ma riscopriamo la nostra forza interiore, la nostra capacità di resilienza. Ricordiamoci sempre: siamo molto più delle nostre diagnosi.


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