- Il 3 settembre 2026, Nicholas Humphrey riceverà il premio Dennett.
- La coscienza è una "finzione" che diventa realtà psicologica e sociale, secondo Humphrey.
- Il "rosseggiare" è un processo attivo e interpretativo del cervello.
- L'automonitoraggio genera la sensazione cosciente, un "autoritratto" del sé.
- La coscienza fenomenica, di origine biologica, è presente anche in altri mammiferi e uccelli.
- L'anima è una costruzione culturale che produce effetti reali e tangibili.
- Gli esperimenti di Benjamin Libet mostrano una consapevolezza della decisione dopo 500 millisecondi.
- La mostra "L'umanesimo dei dati" ha ricevuto il Compasso d'Oro nel 2025.
La Coscienza tra Neuroscienze e “Anima”: Un Dibattito Senza Tempo
Il 3 settembre 2026, a Roma, Nicholas Humphrey, psicologo teorico britannico di 83 anni affiliato al Darwin College dell’Università di Cambridge, riceverà il prestigioso premio Dennett dall’International Center for Consciousness Studies. Questo evento non è solo un riconoscimento alla sua lunga e influente carriera, ma riaccende i riflettori su uno dei dibattiti più affascinanti e complessi della scienza e della filosofia contemporanea: la natura della coscienza e il ruolo dell’“anima” in un mondo sempre più dominato dalle neuroscienze. La questione di come un’entità puramente materiale come l’essere umano possa generare esperienze soggettive e sensazioni coscienti è un interrogativo che ha attraversato i secoli, dalla filosofia antica alle più recenti scoperte neuroscientifiche, rimanendo ancora oggi senza una risposta definitiva.
La rilevanza di questo dibattito nel panorama della psicologia cognitiva, comportamentale, dei traumi, della salute mentale e della medicina correlata è profonda. Comprendere la coscienza significa avvicinarsi alla radice stessa dell’esperienza umana, dei processi decisionali, delle reazioni emotive e della percezione del sé. Se la coscienza è, come suggerisce Humphrey, una “finzione” costruita dal sistema nervoso che diventa realtà psicologica e sociale, allora la sua comprensione può offrire nuove chiavi di lettura per i disturbi mentali, i traumi e le dinamiche comportamentali. La capacità di attribuire valore alla propria vita, di provare gioia e dolore, e di percepire una propria unicità, elementi centrali nella teoria di Humphrey, sono pilastri fondamentali della salute mentale e del benessere psicologico. La perdita di questa percezione di valore o di unicità è spesso al centro di molte patologie psichiatriche, rendendo lo studio della coscienza non solo un esercizio filosofico, ma una ricerca con implicazioni pratiche dirette sulla cura e il supporto degli individui.
- Un articolo illuminante che ci spinge a riflettere! 💡 La visione di Humphrey......
- Sebbene l'analisi sia profonda, trovo che non affronti a sufficienza......
- E se la coscienza non fosse un'illusione, ma l'universo che sperimenta se stesso? 🤔......
Il “Rosseggiare” e l’Automonitoraggio: La Teoria di Nicholas Humphrey
Nicholas Humphrey, pur non negando l’esistenza delle esperienze coscienti, le considera “illusorie” nelle loro proprietà non fisiche. La sua teoria si discosta dal riduzionismo estremo di pensatori come Francis Crick, che vedeva gioie e dolori come mere manifestazioni dell’attività neuronale. Humphrey propone invece un modello in cui la coscienza emerge da un processo attivo e interpretativo del cervello. Non siamo semplici ricevitori passivi di stimoli, ma agenti che “fanno” qualcosa degli stimoli sensoriali. Un esempio emblematico è il “rosseggiare”: quando la luce rossa colpisce i nostri occhi, il cervello non si limita a registrarla, ma mette in atto una risposta corporea interiorizzata, un’azione che esprime ciò che ci sta accadendo e come ci sentiamo al riguardo.
Il punto cruciale della sua teoria risiede nell’idea di _automonitoraggio_. Il sistema nervoso genera un commento continuo sulla propria attività, un segnale di feedback che ci informa su ciò che stiamo facendo mentre lo facciamo. È proprio questo processo di introspezione, il “percepire sé stessi mentre ci si orienta verso il rosso”, a generare la sensazione cosciente. In altre parole, la sensazione non è una lettura oggettiva del mondo, ma un “autoritratto”, un resoconto di noi stessi in relazione allo stimolo. Questo processo, che va dallo stimolo iniziale alla risposta interna, passando per l’automonitoraggio e la sensazione cosciente, culmina nella costruzione del sé. La coscienza, in questa prospettiva, è una “finzione” creata dal sistema nervoso che, grazie al linguaggio e alla cultura, si trasforma in una realtà psicologica, sociale e morale.
Da un punto di vista evolutivo, questa capacità di sentirsi come centri individuali di esperienza, dotati di interiorità e continuità, avrebbe conferito un vantaggio significativo. Un essere cosciente attribuisce maggiore valore alla propria vita e, di conseguenza, è più propenso a lottare per la propria sopravvivenza. Questa coscienza fenomenica, secondo Humphrey, è di origine biologica e potrebbe essere presente, sebbene in misure differenti, anche in altri mammiferi e negli uccelli, come approfondito nel suo libro “Sentience: The Invention of Consciousness”.

L’Anima come Costruzione Culturale e la “Nicchia dell’Anima”
Il concetto di “anima”, spesso relegato al dominio della teologia o della metafisica, viene recuperato da Humphrey in una chiave sorprendentemente laica e funzionale. Per lui, l’anima non è una sostanza metafisica, ma una costruzione culturale che produce effetti reali e tangibili. È attraverso il linguaggio e la cultura che gli esseri umani hanno cominciato a descrivere la loro vita mentale, attribuendo all’individuo dignità, autonomia e responsabilità. Questo costrutto ci porta a ritenere che dietro il corpo visibile esista un centro di esperienza, e che la sofferenza altrui, sebbene non direttamente osservabile, possieda un valore morale. Ci spinge a considerare gli individui non come semplici organismi o strumenti, bensì come entità degne di stima e tutela.
Questa “nicchia dell’anima” rappresenta il contesto sociale in cui interagiamo l’uno con l’altro, riconoscendoci come soggetti coscienti e meritevoli di considerazione etica. È uno spazio spirituale, un ambito dove si manifesta la magica interiorità della mente umana, dove si accetta e si onora l’individualità degli altri, trattando ciascuno come un essere indipendente, rispettabile, responsabile e dotato di libero arbitrio. All’interno di questo spazio, si riconoscono e si celebrano le straordinarie potenzialità della gioia e del dolore individuali e privati. Questa prospettiva offre un potente linguaggio per l’uguaglianza e la preziosità di ogni individuo, sganciato da visioni teistiche e radicato nella reciproca considerazione umana.
Tuttavia, questa visione non è esente da critiche. Alcuni potrebbero obiettare che la teoria di Humphrey, pur descrivendo efficacemente come il cervello costruisca la rappresentazione delle qualità fenomeniche, non spiega _perché_ tale processo sia accompagnato da un’esperienza soggettiva, il cosiddetto “problema difficile” di David Chalmers. Humphrey risponderebbe che tale questione presume erroneamente l’esistenza di qualità ulteriori rispetto alla rappresentazione cerebrale. Inoltre, il suo approccio, pur non escludendo la possibilità di una futura coscienza artificiale, pone condizioni più esigenti: un sistema avanzato di intelligenza artificiale dovrebbe riprodurre un circuito corporeo, sensomotorio e autorappresentativo analogo a quello da cui, secondo Humphrey, nascono le sensazioni.
La Libertà e la Responsabilità nell’Era delle Neuroscienze
Il dibattito sulla coscienza si intreccia inevitabilmente con questioni fondamentali come la libertà e la responsabilità. Se le nostre decisioni sono il risultato di processi fisiologici nel cervello, come suggeriscono alcune interpretazioni delle neuroscienze, c’è ancora spazio per il libero arbitrio? Gli esperimenti di Benjamin Libet, che mostrano come la consapevolezza di una decisione avvenga circa 500 millisecondi dopo l’attivazione neurale che la predispone, hanno alimentato questa discussione. Tuttavia, Libet stesso ammette che la capacità cosciente ha la possibilità di proseguire o inibire queste azioni, lasciando un margine per l’autonomia.
La libertà, in questa prospettiva, non è un dato metafisico, ma l’assenza di vincoli al nostro modo di agire ed esprimersi. È la libertà della scienza, della ricerca, della politica. La responsabilità sociale e morale rimane intatta, indipendentemente dalle spiegazioni neuroscientifiche dei nostri processi decisionali. Come sottolineato da alcuni pensatori, anche se la natura di un individuo lo spinge a compiere determinate azioni, la società ha il diritto di chiedere conto di tali azioni. Rinunciare alla responsabilità significherebbe rinunciare alla propria cittadinanza nella società. La coscienza, in questo contesto, non solo ci rende capaci di esperienza, ma ci investe anche di un ruolo attivo nella costruzione del nostro mondo sociale e morale.
L’Umanesimo dei Dati: Quando l’Esperienza Incontra l’Informazione
In un’epoca dominata dall’intelligenza artificiale e dai “Big Data”, la riflessione sulla coscienza e sull’anima assume nuove sfumature. La mostra “L’umanesimo dei dati” di Giorgia Lupi, premiata con il Compasso d’Oro nel 2025 per il lavoro “1.374 Days: My Life with Long Covid”, offre una prospettiva illuminante. Lupi ribalta la concezione del dato come fredda informazione, ricordandoci che ogni dato è, in realtà, una biografia compressa, il deposito di un’esperienza umana. Prima di trasformarsi in informazione elaborata da algoritmi, è stato un’azione, un sentimento, una patologia, una relazione, una scelta.
Questa intuizione è fondamentale: se i dati che alimentano l’intelligenza artificiale rappresentano esperienze, connessioni, aspirazioni, paure e memorie, allora le macchine non si limitano ad acquisire informazioni, ma stanno organizzando tracce dell’umano. La domanda che si pone è profonda: se il dato è per l’intelligenza artificiale ciò che l’esperienza è per l’uomo, è proprio in questa ineliminabile componente umanistica che si delinea il confine tra elaborazione e coscienza? Oppure è qui che le macchine potrebbero avere l’opportunità di compiere un salto qualitativo?
La lezione di Giorgia Lupi è preziosa: in un’epoca in cui tutto sembra ridursi a informazioni, ci ricorda che ogni informazione è stata, primariamente, un’esperienza. Il compito della cultura non è opporsi ai dati, ma assicurarsi che essi non perdano il legame con la persona da cui provengono. Se il dato è il linguaggio attraverso cui l’uomo si narra alle macchine, la questione cruciale rimane aperta: basterà organizzare milioni di esperienze per generare una coscienza, oppure esiste nella vita vissuta dall’uomo qualcosa che nessuna elaborazione, per quanto avanzata, potrà mai trasformare in dato?
Questa riflessione ci porta a considerare che la coscienza, con la sua intrinseca soggettività e la sua capacità di generare significato, potrebbe essere l’ultimo baluardo dell’umano. La psicologia cognitiva ci insegna che la nostra percezione del mondo non è una registrazione passiva, ma una costruzione attiva, influenzata dalle nostre aspettative, dalle nostre memorie e dalle nostre emozioni. Ogni individuo, con la sua prospettiva unica e irripetibile, contribuisce a un mosaico di esperienze che nessun algoritmo, per quanto avanzato, potrà mai replicare completamente. La psicologia comportamentale, d’altro canto, ci mostra come le nostre azioni siano il risultato di complesse interazioni tra stimoli ambientali, processi cognitivi interni e stati emotivi. I traumi, in particolare, evidenziano come eventi esterni possano alterare profondamente la nostra percezione del sé e del mondo, dimostrando la fragilità e al tempo stesso la resilienza della nostra coscienza. La salute mentale e la medicina correlata si basano proprio sulla comprensione di queste dinamiche, cercando di ripristinare l’equilibrio quando la “finzione” della coscienza si incrina o si deforma.
In un mondo che tende a quantificare e oggettivare ogni aspetto dell’esistenza, la riscoperta dell’anima, intesa come quella “nicchia” di dignità e valore intrinseco che attribuiamo a ogni essere umano, diventa un atto di resistenza e di speranza. Non si tratta di un ritorno a visioni metafisiche superate, ma di un riconoscimento profondo della complessità e della ricchezza dell’esperienza umana. È un invito a non smarrire la dimensione qualitativa della vita, a non ridurre l’essere umano a un mero aggregato di dati o a un insieme di processi neuronali. La vera sfida, forse, non è tanto spiegare la coscienza in termini puramente scientifici, quanto preservare e celebrare quella scintilla di unicità e di significato che rende ogni vita degna di essere vissuta, e che, in ultima analisi, ci rende profondamente umani.








