- Fondi DCA: solo 10 milioni di euro per il 2026, giudicati inadeguati.
- Centri di cura: 176 centri in Italia, insufficienti per 3 milioni di affetti.
- Nuovi disturbi: crescente incidenza di ARFID, ortoressia, vigoressia, pregoressia e drunkoressia.
- Mortalità: elevati tassi di mortalità, cronicizzazione e recidiva per i DCA.
- Origini storiche: le radici dei DCA risalgono al periodo ellenistico (323 a. C.-31 a. C.).
L’Ombra Silenziosa: Il Declino dei Fondi per i Disturbi Alimentari in Italia
Oggi, 27 luglio 2026, si staglia un’ombra inquietante sul panorama della salute mentale in Italia. Le promesse di sostegno e cura per i disturbi alimentari (DCA), patologie che affliggono milioni di individui, sono rimaste lettera morta. Il 30 giugno scorso, il termine per l’utilizzo dei fondi stanziati per il biennio 2022-2023 è scaduto, lasciando un vuoto assistenziale che rischia di aggravare ulteriormente una situazione già critica. Nonostante una legge del 30 dicembre 2021 avesse istituito un Fondo dedicato con una dotazione di 25 milioni di euro, permettendo alle Regioni di rafforzare i servizi, assumere professionisti e ridurre le liste d’attesa, i successivi bilanci per il 2024 e il 2025 non hanno previsto un rifinanziamento strutturale. I 10 milioni di euro stanziati per il 2024 e i medesimi per il 2026 si rivelano una somma totalmente inadeguata, con la seconda tranche ancora non erogata.
Questa carenza di risorse si traduce in una realtà drammatica per le famiglie e gli individui colpiti. L’incidenza dei DCA è in costante aumento, e l’età di esordio si è progressivamente abbassata, coinvolgendo sempre più giovani e adolescenti. Queste patologie presentano elevati tassi di mortalità, cronicizzazione e recidiva, eppure, in molte Regioni, i centri di cura sono insufficienti o del tutto assenti. L’ultima mappatura dell’Istituto Superiore di Sanità rivela l’esistenza di 176 centri in Italia, di cui 141 pubblici e 35 privati accreditati, con oltre 2.000 professionisti impegnati. Tuttavia, questo numero è chiaramente insufficiente a fronte di una popolazione di oltre 3 milioni di persone affette da DCA, di cui più di 2 milioni sono adolescenti. È fondamentale ribadire che il disturbo alimentare non è un capriccio, ma una *malattia seria che richiede un trattamento adeguato e specialistico. La sua natura complessa, spesso definita dai pazienti come un “mostro invisibile”, rende ancora più urgente un intervento deciso e strutturale da parte delle istituzioni.
- Finalmente un articolo che non si limita ai soliti DCA, ma esplora i "mostri invisibili" meno conosciuti! 👏......
- Ancora una volta, l'Italia non tutela la salute mentale dei suoi cittadini. 😡 I fondi inadeguati sono uno schiaffo a chi soffre......
- Se il digiuno era una pratica spirituale per la purezza... 🤔 forse i DCA moderni sono solo un sintomo della nostra ricerca di "perfezione" in un mondo secolarizzato? 💡......
Oltre l’Anoressia e la Bulimia: I Volti Nascosti dei Disturbi Alimentari
Quando si parla di disturbi alimentari, l’immaginario comune tende a focalizzarsi sull’anoressia nervosa e la bulimia nervosa. Tuttavia, il panorama dei DCA è ben più vasto e include una serie di condizioni meno conosciute, ma altrettanto devastanti per la salute fisica e mentale. Queste forme “nascoste” meritano un’attenzione particolare, poiché la loro scarsa notorietà non ne diminuisce la gravità.
Tra questi, spicca il Disturbo da Alimentazione Selettiva (ARFID), caratterizzato da un’evitazione o restrizione estrema dell’assunzione di cibo, spesso legata a ragioni sensoriali (gusto, odore, consistenza) o alla paura di soffocare o vomitare. Le persone con ARFID possono mostrare una mancanza di interesse per il cibo, con conseguente perdita di peso significativa e carenze nutrizionali. Un’altra condizione è il Disturbo da Ruminazione, dove il cibo viene ripetutamente rigurgitato, rimasticato, deglutito o sputato, senza nausea o disgusto, portando a malnutrizione e problemi sociali.
L’Ortoressia Nervosa, un’ossessione malsana per il cibo “puro” o “sano”, spinge gli individui a eliminare intere categorie di alimenti, con gravi carenze nutrizionali e isolamento sociale. Il Disturbo da Pica, invece, si manifesta con l’ingestione persistente di sostanze non nutritive e non alimentari (terra, gesso, carta), con rischi di avvelenamento e problemi gastrointestinali. La Vigoressia, o dismorfia muscolare, è un’ossessione per la massa muscolare, che porta a esercizio fisico eccessivo e diete rigorose, spesso riscontrata in prevalenza nella popolazione maschile. Il Chewing and Spitting, ovvero masticare il cibo e poi sputarlo senza ingerirlo, è un comportamento che mira a soddisfare il desiderio di cibo senza l’assunzione calorica, con potenziali problemi dentali e digestivi.

Altri disturbi emergenti includono la Pregoressia, che colpisce le donne in gravidanza che si sottopongono a diete restrittive per non aumentare di peso, mettendo a rischio la propria salute e quella del feto. La Drunkoressia, infine, è caratterizzata da una minima assunzione di cibo per “lasciare spazio” all’alcol, una combinazione pericolosa che unisce l’abuso di sostanze a comportamenti alimentari disfunzionali. Questi “mostri invisibili” dimostrano la complessità e la varietà dei DCA, sottolineando l’urgenza di una maggiore consapevolezza e di interventi mirati.
Le Radici Profonde dei DCA: Non una Malattia Moderna
Contrariamente a quanto si possa pensare, i disturbi alimentari non sono un fenomeno esclusivamente moderno. Sebbene l’attuale fissazione socioculturale per la magrezza possa far credere il contrario, le prove storiche rivelano che queste patologie hanno radici profonde nel tempo, manifestandosi in forme diverse a seconda del contesto culturale.
I primi riferimenti a manifestazioni sintomatiche riconducibili ai DCA si individuano già nel periodo Ellenistico (323 a. C.-31 a. C.). In quest’era, la ricerca della purezza attraverso la negazione delle esigenze fisiche costituiva una tendenza culturale dominante. Esempi come Caterina da Siena mostrano pratiche di digiuno autoindotto che spesso portavano alla morte prematura. Questa “santa anoressia” era una pratica spirituale, prevalentemente femminile, con motivazioni diverse dalla ricerca della magrezza odierna, ma che molti ritengono essere la stessa patologia con significati culturali differenti.
Nel 1689, il medico inglese Richard Morton documentò due episodi di “consumo nervoso”, uno riguardante un ragazzo e l’altro una ragazza, i quali rappresentano i primi casi moderni di quella che oggi chiamiamo anoressia nervosa. Morton attribuì la progressiva perdita di appetito a ragioni psicologiche, come “tristezza e ansia”. Successivamente, nel 1764, Robert Whytt di Edimburgo segnalò un caso simile in un quattordicenne, attribuendo l’astensione dal cibo a uno stato “privo di spirito e pensieroso”. Il termine “anoressia nervosa” fu coniato nel 1873 da Sir William Gull, mentre nello stesso anno il medico francese Ernest Charles Lasegue descrisse l'”anoressia hysterique”. Sarà solo con i lavori di Hilde Bruch (1973, 1982) e Mara Selvini-Palazzoli (1974) che la natura psicologica dell’anoressia nervosa verrà pienamente riconosciuta, descritta come un disturbo quasi delirante della valutazione corporea, accompagnato da difficoltà nella percezione dei segnali di fame e sazietà e un senso di inadeguatezza.
La bulimia nervosa, invece, sembra avere uno sviluppo più recente. Fu descritta per la prima volta nel 1979 dallo psichiatra britannico Gerald Russell, che la considerava una condizione legata alla cultura moderna. Tuttavia, pratiche di rigurgito erano diffuse nell’antichità (Egitto, Grecia, Roma) come metodo per prevenire malattie, portando alcuni a ipotizzare una variante storica della bulimia. Un episodio che può essere categorizzato come bulimia nervosa è quello di Nadia, descritto da Pierre Janet nel 1903. Negli anni ’60, Bliss e Branch pubblicarono case history di abbuffate e vomito. Russell, nel suo articolo del 1979 “Bulimia nervosa: An ominous variant of anorexia nervosa”, descrisse 30 pazienti con abbuffate incontrollate, vomito autoindotto e paura di ingrassare.
Il disturbo da alimentazione incontrollata, più comunemente noto come binge eating, è stato l’ultimo a essere identificato in modo distinto. Albert Stunkard lo descrisse per la prima volta nel 1959, coniando il termine “Sindrome alimentare notturna”, precisando poi che il binge eating poteva verificarsi anche senza la componente notturna. Nel 1993, Fairburn, Marcus e Wilson elaborarono un manuale di terapia cognitivo-comportamentale destinato al trattamento del binge eating e della bulimia nervosa.
I fattori di rischio per lo sviluppo dei DCA sono complessi e includono elementi biologici (anomalie cerebrali, neurotrasmettitori), storicità familiare, diete restrittive, bullismo, rapporti familiari difficili, abusi fisici o sessuali, bassa autostima, insicurezza, disturbi d’ansia, depressione, perfezionismo e il bisogno di colmare un vuoto affettivo. Convinzioni distorte su cibo, alimentazione e forma corporea, insieme ad atteggiamenti auto-prescrittivi, contribuiscono a mantenere il disturbo. La comparsa di abbuffate, gli effetti negativi sulla preoccupazione per il peso e la forma del corpo, i sintomi da denutrizione e l’evitamento dell’esposizione del corpo creano un circolo vizioso che rende difficile la guarigione.
Un Percorso di Guarigione Possibile: La Necessità di un Approccio Olistico e Umano
La guarigione dai disturbi alimentari è un percorso arduo, ma assolutamente possibile. Richiede un approccio multidisciplinare che coinvolga professionisti qualificati e un supporto costante da parte della rete sociale e familiare. È fondamentale che la persona affetta da DCA si rivolga a specialisti, intraprendendo un percorso psicologico adeguato, spesso affiancato da un nutrizionista. L’equipe multidisciplinare è cruciale per affrontare la complessità di queste patologie.
Un aspetto spesso sottovalutato è il ruolo della famiglia e degli amici. Essere un buon ascoltatore, offrire supporto pratico (come fare la spesa insieme), o semplicemente essere presenti dopo i pasti, può fare una differenza enorme. È essenziale informarsi sulla malattia, evitando supposizioni e giudizi, e mostrando una vicinanza empatica e priva di colpevolizzazioni. Discutere di peso, forma corporea, cibo e diete dovrebbe essere evitato, mentre è importante promuovere un rapporto equilibrato con l’alimentazione e l’esercizio fisico. Bisogna fare attenzione a non assecondare comportamenti disfunzionali, incoraggiando invece la persona a cercare aiuto professionale. Il medico di famiglia o un nutrizionista possono essere i primi punti di contatto, indirizzando poi verso psicologi o centri specializzati. Offrirsi di accompagnare e sostenere nel processo terapeutico è un gesto di grande valore.
Il recupero è un cammino lungo, fatto di alti e bassi, progressi e ricadute. È importante rispettare i tempi e i ritmi della persona, celebrando ogni piccolo passo in avanti. I disturbi alimentari sono “mostri invisibili” che, nonostante la loro natura celata, possono essere sconfitti. Il primo passo è informarsi, riconoscere i segnali d’allarme e dare voce, volto e corpo a ciò che prima era nascosto.
Cari lettori,
Quando ci troviamo di fronte a un disturbo alimentare, stiamo osservando molto più di un semplice problema con il cibo. La psicologia cognitiva ci insegna che i nostri pensieri, le nostre convinzioni e le nostre interpretazioni della realtà influenzano profondamente le nostre emozioni e i nostri comportamenti. Nel contesto dei DCA, questo si traduce in schemi di pensiero disfunzionali legati all’immagine corporea, al cibo e al controllo. La persona può sviluppare una distorsione cognitiva, percependo il proprio corpo in modo irrealistico o attribuendo un valore eccessivo alla magrezza. Questi pensieri, spesso automatici e intrusivi, alimentano un circolo vizioso di comportamenti restrittivi o compulsivi.
A un livello più avanzato, la psicologia comportamentale ci aiuta a comprendere come questi schemi si radichino e si mantengano. I comportamenti disfunzionali, come il digiuno, le abbuffate o le condotte compensatorie, possono inizialmente offrire un senso di controllo o un sollievo temporaneo dall’ansia. Tuttavia, questi “rinforzi” negativi finiscono per perpetuare il disturbo, creando abitudini difficili da spezzare. La persona si trova intrappolata in un sistema di condizionamento operante*, dove il comportamento problematico è mantenuto dalle sue conseguenze immediate, anche se a lungo termine è dannoso.
Riflettendo su questo, possiamo chiederci: quanto spesso le nostre convinzioni profonde, magari non del tutto consapevoli, influenzano le nostre scelte e il nostro benessere? E quanto siamo disposti a esplorare e mettere in discussione quei “copioni” mentali che, pur sembrando protettivi, potrebbero in realtà limitarci o danneggiarci? La consapevolezza è il primo passo per riscrivere la nostra storia.








