- La psichiatria abbandona le etichette del dsm per un approccio transdiagnostico.
- Identificati meccanismi comuni come l'intolleranza all'incertezza e la ruminazione.
- La tcc transdiagnostica raggiunge tassi di remissione tra il 60% e l'80%.
- Dr. R. Thoma: «La medicina deve indagare più a fondo nella psicologia».
L’adeguamento della prospettiva diagnostica in psichiatria: dalla fissità delle etichette alle connessioni trasversali tra disturbi
Nel corso del tempo, si è verificato un cambiamento nell’approccio alla diagnosi in psichiatria, che ha visto l’abbandono di schemi rigidamente strutturati a favore di strategie che favoriscono interconnessioni transdiagnostiche. Questa nuova visione incoraggia la comprensione dei disturbi non come entità separate, ma come parte di un continuum complesso. Il contesto riguardante la salute mentale si trova attualmente in una fase caratterizzata da una significativa riflessione critica e cambiamento sostanziale. Nei decenni passati, l’approccio alla comprensione e al trattamento dei disturbi psichiatrici ha fatto affidamento su schemi diagnostici categorici ben definiti, tra cui il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) insieme alla Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD). Questi strumenti hanno rivestito un ruolo cruciale nella standardizzazione del linguaggio utilizzato in ambito clinico oltre ad agevolare le attività di ricerca; tuttavia oggi rivelano chiaramente le proprie limitazioni intrinseche. Essenzialmente strutturati sull’individuazione di criteri sintomatici distintivi per l’assegnazione delle etichette diagnostiche specifiche, queste categorie non riescono a cogliere appieno l’essenza della complessità clinica presente nei pazienti. Infatti, molti soggetti manifestano elevati livelli di comorbidità, oltre a sovrapposizioni nei sintomi e itinerari evolutivi che superano le delimitazioni previste da tali catalogazioni restrittive.
L’approccio categoriale può dare apparente chiarezza, ma tende a frazionare l’esperienza umana, comportando così un rallentamento nel perseguimento di una visione olistica sulla sofferenza psichica. La valutazione clinica riguardante un disturbo specifico – come il Disturbo Depressivo Maggiore o il Disturbo d’Ansia Generalizzato – frequentemente concentra l’interesse sui sintomi evidenti. Tuttavia, questo approccio tende a trascurare i fondamenti psicologici e neurobiologici sottesi alle diverse patologie. Sebbene questa metodologia risulti preziosa nel contesto della ricerca epidemiologica e nella creazione dei primi protocolli terapeutici, essa limita spesso l’adattamento dell’intervento stesso al singolo individuo; ciò avviene ignorando le numerose interrelazioni causative alla base del malessere percepito dal paziente medesimo. L’insoddisfazione rispetto all’efficacia nel lungo periodo dei trattamenti strettamente legati alle diagnosi classificate ha portato alla nascita di nuovi paradigmi da esplorare: questi hanno lo scopo ambizioso non solo di abbattere le barriere artificialmente create dalle categorizzazioni correnti, ma anche d’introdurre una comprensione più ricca delle problematiche psicopatologiche esistenti. Il dibattito proliferato con vigore nell’arco degli ultimi 15-20 anni sottolinea quindi l’urgenza imprescindibile di rivedere questa ottica limitativa; si propone così una visione innovativa che trascenda semplicemente il termine diagnostico per adottare un quadro interpretativo maggiormente coerente ed esaustivo sul funzionamento delle disfunzioni mentali.

Il paradigma transdiagnostico: un ponte tra disturbi apparentemente diversi
È in questo contesto di insoddisfazione e ricerca di nuove direzioni che emerge prepotentemente il concetto di approccio transdiagnostico. Questo paradigma rappresenta un significativo passo avanti, proponendo di superare le etichette diagnostiche tradizionali per concentrarsi sui processi psicologici e neurobiologici comuni che sottostanno a un’ampia gamma di disturbi mentali. L’idea centrale è che, al di là delle manifestazioni sintomatologiche specifiche, esistano meccanismi condivisi che mantengono e perpetuano diverse forme di psicopatologia. Questi meccanismi, spesso chiamati “fattori di mantenimento” o “vulnerabilità cognitive”, possono includere, ad esempio, l’intolleranza all’incertezza, la ruminazione, la disregolazione emotiva, l’evitamento esperienziale e la rigidità cognitiva. Un individuo con disturbo d’ansia generalizzato potrebbe essere caratterizzato da un’elevata intolleranza all’incertezza, portandolo a preoccuparsi eccessivamente per eventi futuri; allo stesso modo, un paziente con disturbo depressivo potrebbe essere bloccato in schemi di ruminazione cronica. Anche disturbi apparentemente distanti come i disturbi del comportamento alimentare (DCA) mostrano processi transdiagnostici rilevanti, come la perfezione e l’autocritica elevata, che contribuiscono al mantenimento del disturbo al di là delle specifiche manifestazioni alimentari.
L’approccio transdiagnostico non nega l’esistenza dei sintomi specifici, ma li reinterpreta come espressioni diverse di problematiche sottostanti simili. Questo cambio di prospettiva ha profonde implicazioni cliniche e di ricerca. Dal punto di vista della ricerca, facilita la comprensione dei meccanismi causali e di mantenimento dei disturbi, consentendo lo sviluppo di modelli eziologici più robusti.
Ad esempio, studi condotti nel corso dell’ultimo decennio hanno evidenziato come l’evitamento esperienziale, la tendenza a sopprimere o sfuggire esperienze interne spiacevoli come pensieri, sensazioni o emozioni, sia un processo transdiagnostico fondamentale non solo nell’ansia e nella depressione, ma anche nei disturbi da uso di sostanze e in alcune forme di trauma complesso. Allo stesso modo, la disregolazione emotiva, ovvero la difficoltà nel modulare l’intensità e la durata delle risposte emotive, è emersa come un fattore centrale in molteplici disturbi, dai disturbi di personalità ai disturbi dell’umore.

Questa visione apre la strada a interventi che mirano direttamente a questi processi comuni, anziché frammentare l’intervento in base alla diagnosi specifica. Il focus si sposta da “cosa ha il paziente” a “cosa sta causando e mantenendo il suo disagio”, indipendentemente dall’etichetta diagnostica formale.
“La medicina deve muoversi verso un modello che non si limiti a guardare i sintomi, ma che indaghi più a fondo nella psicologia e nei meccanismi sottesi.” – Dr. R. Thoma, 2023
Un esempio concreto di applicazione dell’approccio transdiagnostico è il trattamento dei disturbi emotivi. Ricerche hanno dimostrato che interventi come la Terapia Cognitivo Comportamentale (TCC) transdiagnostica possono essere efficaci per un’ampia gamma di disturbi d’ansia e depressione, mirando a processi cognitivi e comportamentali comuni come la preoccupazione, la ruminazione, l’evitamento e la perfezione. La genesi di tali trattamenti trae origine da un’analisi approfondita delle interazioni psicologiche comuni a vari disturbi. Numerosi studi clinici randomizzati hanno evidenziato la loro efficienza, manifestandosi in tassi di remissione e miglioramento che raggiungono frequentemente valori compresi fra il 60% e l’80%, a seconda del tipo specifico di disagio emotivo trattato. Pertanto, l’approccio transdiagnostico deve essere considerato non semplicemente come un concetto teorico astratto; al contrario, rappresenta una nuova visione clinicamente rilevante, capace di trasformare radicalmente sia la creazione delle terapie innovative sia la modifica delle metodologie terapeutiche già esistenti.
Implicazioni terapeutiche e la strada verso interventi più efficaci
L’adozione di una lente transdiagnostica comporta un radicale ripensamento nello sviluppo degli interventi terapeutici. Invece di sviluppare trattamenti specifici per ogni etichetta diagnostica (ad esempio, una terapia per il Disturbo Ossessivo-Compulsivo, una per la fobia sociale, ecc.), l’attenzione si sposta sulla creazione di interventi che mirano a modificare i processi transdiagnostici sottostanti. Questo promette non solo una maggiore efficienza nel training dei terapisti e nella disseminazione dei trattamenti, ma anche una maggiore flessibilità e adattabilità alle esigenze individuali dei pazienti. Se un paziente presenta una comorbilità di disturbi d’ansia e depressione, un approccio transdiagnostico può affrontare i meccanismi comuni che alimentano entrambe le condizioni, riducendo la necessità di trattamenti multipli e spesso disconnessi.

Un esempio eloquente di questa evoluzione è rappresentato dalle terapie basate sulla mindfulness e sull’accettazione. Sebbene non siano nate come interventi specificamente transdiagnostici, hanno dimostrato di agire su processi ampi come l’evitamento esperienziale e la regolazione emotiva, che sono centrali in un vasto spettro di disturbi, dalla depressione ai disturbi d’ansia, dal trauma ai disturbi del comportamento alimentare. La Terapia Dialettico Comportamentale (DBT), inizialmente sviluppata per il Disturbo Borderline di Personalità, ha trovato applicazione in un’ampia gamma di altre condizioni proprio perché indirizza processi transdiagnostici come la disregolazione emotiva e l’impulsività. Allo stesso modo, i protocolli unificati per il trattamento dei disturbi emotivi, come il Unified Protocol for Transdiagnostic Treatment of Emotional Disorders (UP), sono stati progettati per insegnare ai pazienti abilità fondamentali di regolazione emotiva, consapevolezza e accettazione, adattabili a qualsiasi disturbo caratterizzato da emozioni disregolate.
Glossario:
- Transdiagnostico: Indica un approccio che supera le distinzioni classiche tra le categorie diagnostiche per concentrarsi sui processi comuni.
- Terapia Cognitivo Comportamentale (TCC): Terapia psicologica focalizzata sulla modifica di pensieri e comportamenti disfunzionali.
- Vulnerabilità cognitiva: Tendenze che rendono un individuo più suscettibile a sviluppare disturbi mentali.
Le implicazioni si estendono anche al campo della medicina correlata alla salute mentale. Una comprensione più approfondita dei meccanismi neurobiologici transdiagnostici – ad esempio, alterazioni nei circuiti cerebrali della ricompensa o dello stress, o disfunzioni dei sistemi neurotrasmettitoriali comuni – può guidare lo sviluppo di farmaci più mirati ed efficaci, che agiscano su bersagli biologici condivisi anziché su sintomi specifici. Se un certo neurotrasmettitore o un circuito neuronale è implicato nella disregolazione emotiva, indipendentemente dalla diagnosi di ansia o depressione, un farmaco che agisce su quel bersaglio potrebbe avere un’efficacia più ampia e prevedibile. Questa prospettiva rappresenta una sfida e un’opportunità per la ricerca farmacologica, spingendola a superare la logica del “farmaco per la depressione” o “farmaco per l’ansia” verso una farmacologia più basata sui meccanismi. La finalità principale consiste nell’offrire interventi terapeutici non solo capaci di risolvere i sintomi, ma anche atti a modificare profondamente le dinamiche sottostanti al disagio stesso. Questo approccio mira a facilitare una remissione più sostenuta nel tempo e ad evitare recidive indesiderate. Attualmente, la ricerca si concentra sull’integrazione dei modelli transdiagnostici con tecniche terapeutiche convenzionali; tale fusione dovrebbe ottimizzare gli esiti per i pazienti e fornire percorsi di cura su misura. Un processo trasformativo è già in corso; esso prefigura un avvenire caratterizzato da un’assistenza alla salute mentale più coesa, mirata ed altamente funzionale.
Oltre le etichette: una comprensione più profonda della sofferenza umana
Il viaggio verso una comprensione più sfumata e integrata della sofferenza psichica è un percorso entusiasmante e necessario. L’approccio transdiagnostico non è semplicemente una nuova metodologia diagnostica o terapeutica; rappresenta un cambio di paradigma culturale, un invito a guardare oltre le etichette superficiali per cogliere la complessità e l’unicità dell’esperienza umana. È un promemoria che, dietro ogni diagnosi, c’è una persona con le sue fragilità, i suoi punti di forza e una rete intricata di pensieri, emozioni e comportamenti che, in modi spesso sorprendenti, si connettono a quelli di altri individui apparentemente affetti da disturbi diversi.
Una nozione fondamentale della psicologia cognitiva, strettamente correlata a questo tema, è il concetto di schemi cognitivi disfunzionali. Immaginate questi schemi come delle lenti attraverso cui percepiamo e interpretiamo il mondo. Se queste lenti sono “tarate” su un’aspettativa di pericolo costante, ad esempio, potremmo sviluppare una serie di risposte emotive e comportamentali (ansia, evitamento) che, pur manifestandosi in modi diversi (fobia sociale, attacchi di panico), derivano da un nucleo comune. Il paradigma transdiagnostico si propone di evidenziare ed affrontare le comuni problematiche alla radice, piuttosto che limitarsi al trattamento dei singoli sintomi emergenti. Si può paragonarlo all’atto di modificare con cura la calibrazione essenziale degli occhiali invece di procedere all’inevitabile sostituzione delle lenti ad ogni piccola variazione del campo visivo poco chiaro. Questa analisi approfondita consente lo sviluppo d’interventi mirati non soltanto ad estinguere fiamme momentanee, ma destinati anche ad irrobustire solidamente le basi della struttura abitativa onde scongiurare situazioni simili in futuro. Inoltre, è opportuno esplorare il concetto elaborato di metacognizione, ossia quella facoltà umana capace di indurre una riflessione critica sui propri processi mentali interni. Dentro al quadro del modello transdiagnostico emerge chiaramente come ciò che chiamiamo fusione pensiero-azione, ovvero il postulato secondo cui concepire mentalmente qualcosa corrisponde effettivamente al compierlo, oppure implica credere erroneamente che semplicemente meditarci possa tradursi in eventi tangibili nella realtà concreta; questo fenomeno rappresenta un disfunzionale meccanismo metacognitivo riscontrabile attraverso vari disturbi psicologici quali l’Ossessivo-Compulsivo e taluni tipi d’ansia generalizzata. Oppure, la credenza nell’ineluttabilità della ruminazione (pensare di non poter smettere di ruminare e che essa sia l’unico modo per risolvere i problemi) è un potente fattore di mantenimento per depressione e ansia. Lavorando su queste credenze metacognitive, si possono ottenere cambiamenti profondi e stabili che trascendono le singole diagnosi. È una chiamata a diventare gli “ingegneri” dei nostri stessi processi di pensiero, a non accettarli passivamente ma a comprenderli e, se necessario, a rimodellarli.
Allora, la prossima volta che sentiamo parlare di diagnosi o di disturbi, proviamo a chiederci: al di là dell’etichetta, quali sono i processi che stanno agendo? Cosa c’è di comune in questa esperienza di sofferenza con quella di altri? Questa riflessione ci porta a una visione più inclusiva della salute mentale, riconoscendo la resilienza e la lotta comune di fronte alle difficoltà. Ci invita a essere più empatici, non solo nei confronti degli altri, ma anche verso noi stessi, comprendendo che le nostre battaglie interne, per quanto uniche, spesso attingono a fonti e meccanismi universali della psiche umana. Si tratta di un’esortazione a riconoscere la nostra umanità condivisa, mentre si attraversa il complicato, affascinante e talvolta labirintico percorso che caratterizza l’esperienza mentale.








