- Il PANSM 2025-2030, pur ambizioso, è criticato per la sua impostazione medico-centrica.
- Solo il 7,2% delle prestazioni territoriali sono psicologiche, contro il 30,7% infermieristiche.
- La prevenzione nel PANSM non considera i determinanti sociali e relazionali.
- L'Umbria propone un Osservatorio per monitorare l'evoluzione dei sistemi.
- Progetti piemontesi come Montagnaterapia e Vineyard sono riconosciuti come buone pratiche trasferibili.
Il panorama della salute mentale in Italia è al centro di un acceso dibattito, scaturito dalla recente approvazione del Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale (PANSM) 2025-2030. Questo documento, elaborato dal Tavolo Tecnico del Ministero della Salute e successivamente trasmesso alle Regioni per il recepimento, si propone di ridefinire le strategie e gli interventi nel settore. La sua rilevanza è amplificata dalla crescente consapevolezza dell’importanza della salute mentale nel benessere complessivo dell’individuo e della società, un tema che si inserisce prepotentemente nel dibattito contemporaneo su psicologia cognitiva, comportamentale, traumi e medicina correlata. La necessità di un approccio integrato e tempestivo ai bisogni emergenti, in particolare tra i giovani, rende questo piano un punto focale per il futuro della cura e della prevenzione.
Il PANSM 2025-2030: Punti di Forza e Criticità Rilevate
Il nuovo Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale, pur ambizioso nei suoi intenti, ha generato un’ampia discussione riguardo alla sua implementazione pratica. Tra i suoi punti di forza, si evidenziano l’attenzione alle prove di efficacia, la valorizzazione della ricerca e della formazione, e una direzione orientata all’integrazione socio-sanitaria. Il piano è prevalentemente organizzativo e assistenziale, fornendo indicazioni operative ai servizi di salute mentale per le attività e gli interventi da erogare all’interno di percorsi di cura definiti. Un aspetto significativo è l’elevata attenzione alle condizioni che garantiscono la sicurezza degli operatori in servizio, sebbene ciò possa, in alcune interpretazioni, alimentare lo stigma associato alla pericolosità della malattia mentale.
Tuttavia, diverse voci critiche hanno sollevato perplessità significative. Un articolo pubblicato l’8 settembre da Salute Internazionale, a firma di due ricercatori dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, ha evidenziato come il piano, pur riconoscendo il ruolo cruciale dei determinanti sociali della salute mentale e promuovendo un approccio bio-psico-sociale, presenti una declinazione operativa marcatamente medico-centrica. Questa impostazione rischia di accentrare eccessivamente le competenze nei Dipartimenti di Salute Mentale (DSM), con la potenziale conseguenza di un aumento dell’uso di farmaci e dei ricoveri ospedalieri, trascurando la prevenzione primaria e l’intervento precoce sui primi sintomi di disagio psicologico.
Un’altra critica riguarda il primo capitolo del piano, dedicato alla prevenzione e promozione della salute mentale. Gli interventi preventivi raccomandati si concentrano principalmente sul cambiamento degli stili di vita individuali, non considerando adeguatamente i determinanti sociali e relazionali, e bypassando così il tema dell’equità. Sebbene la salute mentale sia inquadrata nell’approccio “One Health”, il piano non evidenzia una visione sistemica complessiva che preveda strategie di prevenzione collegate tra loro, puntuali, monitorate e valutate, con criteri di scalabilità e adattamento contestuale/locale. La mancanza di tali indicazioni potrebbe portare a effetti casuali e scelte arbitrarie, frammentando ulteriormente l’offerta di servizi.
Inoltre, l’elenco degli interventi psicosociali la cui efficacia è riconosciuta, così come presentato nel piano, appare slegato dal contesto generale. Recenti studi, come la rassegna di Helen Killaspy et al. del 2022 riguardante gli interventi community-based per individui con gravi disturbi mentali, rivelano che la loro efficacia non deriva dal singolo intervento isolato, ma dalla sua integrazione in una strategia complessiva del servizio, volta all’inclusione sociale. Il piano, inoltre, non menziona le attività di peer support, dove gli esperti per esperienza (utenti/ex utenti e familiari) giocano un ruolo chiave nel facilitare il percorso di recovery. Ai servizi sanitari specialistici, in particolare i DSM, è attribuito il ruolo esclusivo di guida nei percorsi di cura, con un’integrazione poco definita con i servizi di cure primarie, i quali rappresentano il primo punto di contatto per il disagio psicologico non classificabile come disturbo psichiatrico. Questo rischia di marginalizzare le cure primarie, anche a causa di una dubbia interpretazione del modello di assistenza graduale denominato stepped care model.
Il modello organizzativo dei DSM delineato nel piano non prevede una rete di servizi capillarmente distribuiti sul territorio, capace di interagire e integrarsi con le realtà socio-culturali della comunità, al fine di promuovere un percorso di recupero e una qualità di vita che non siano esclusivamente di natura medico-clinica. Questa prospettiva è in contrasto con l’esigenza di “uscire dalla sanità” per collaborare con tutti gli attori della comunità, come suggerito dai partecipanti all’evento “Connessioni”.
- Finalmente si parla di prevenzione e integrazione, un passo avanti! 👏......
- Troppo medico-centrico e ignora le vere radici dei problemi 😠......
- E se la vera cura fosse smettere di 'curare' e iniziare a 'costruire salute'? 🤔......
L’Approccio Regionale: L’Umbria e le Proposte di Miglioramento
Le Regioni sono chiamate a recepire il PANSM, e l’Umbria, attraverso le parole di Daniela Donetti, direttrice generale della Salute e del Welfare, ha evidenziato l’importanza di un Piano di azioni regionale per la salute mentale. Donetti ha sottolineato come il terzo capitolo del piano, incentrato sulla prevenzione e promozione della salute, rappresenti uno degli aspetti più significativi. L’investimento sulla prevenzione, in un’ottica interistituzionale, è considerato il valore aggiunto di questo piano regionale. La sfida principale, come spiegato da Donetti, consiste nell’edificare dipartimenti sinergici, capaci di prendersi cura della persona nella sua interezza, diminuendo la disomogeneità e la frammentazione delle azioni, e assicurando una standardizzazione dei percorsi che contemporaneamente permetta la personalizzazione delle cure. Il piano umbro è stato elaborato con il contributo di numerosi professionisti e direzioni strategiche, potenziando anche la rete d’urgenza e introducendo un dipartimento integrato salute mentale e dipendenze. Donetti ha enfatizzato la concretezza del piano, con obiettivi e azioni misurabili, e l’introduzione di un Osservatorio per monitorare l’evoluzione dei sistemi in relazione all’epidemiologia, evitando che diventino statici.
In ottobre, numerose proposte avanzate dalle Regioni sono state accolte, tra cui il consolidamento di modelli territoriali integrati, specialmente nel settore delle dipendenze, la non medicalizzazione o patologizzazione del disagio giovanile e il riconoscimento della figura dello psicologo di base. Tuttavia, permangono criticità. Luana Valletta, presidente dell’Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna, ha evidenziato come il PANSM, pur riconoscendo i determinanti sociali e l’approccio bio-psico-sociale, nella sua declinazione operativa sia ancora troppo medico-centrico, rischiando di marginalizzare la psicologia e la prevenzione primaria. Valletta ha sottolineato la carenza strutturale di psicologi nel Servizio Sanitario Nazionale, con solo il 7,2% delle prestazioni territoriali di tipo psicologico o psicoterapico, contro il 30,7% infermieristiche e il 25,2% psichiatriche. La collocazione dello psicologo di primo livello nelle Case della Comunità, come previsto dal DM 77/2022, ma poi ricondotta operativamente ai DSM, contraddice la logica della prossimità e rischia di specialistizzare anche i disagi lievi, ignorando il modello Stepped Care che privilegia psicoeducazione e supporto tra pari. Questo potrebbe portare a un aumento dell’uso di farmaci e ricoveri, senza una vera prevenzione.
L’Emilia-Romagna, con l’esperienza dello psicologo nelle Case della Comunità, ha dimostrato l’efficacia di modelli organizzativi più trasversali, centrati sulla persona e sulle interfacce sanitarie, sociali e comunitarie, con una connotazione preventiva e anti-stigma. Alexia Polmonari, consigliera dell’Ordine degli Psicologi dell’Emilia-Romagna, ha criticato la poca chiarezza dei concetti di task-shifting e task-sharing nel piano, che rischiano di svalutare il contributo degli psicologi e minare la qualità dei trattamenti. È stato inoltre proposto un rafforzamento dei Consultori Familiari, ai quali è assegnata una missione robusta nella prevenzione e nell’empowerment, allo scopo di alleggerire il carico sui livelli successivi di intervento. La prevenzione, secondo queste osservazioni, non può avvenire nei DSM, ma nella comunità, nella prossimità più vicina alla persona, richiedendo un cambio di paradigma verso la psicologia di comunità e una forte interconnessione socio-sanitaria. Il piano, infine, trascura aree fondamentali come la psicologia ospedaliera, dell’emergenza, il supporto ai caregiver, le nuove dipendenze, la violenza di genere, la povertà e la marginalità, e il rapporto con il sistema giudiziario, che sono realtà quotidiane per migliaia di professionisti.
[IMMAGINE=”Un’immagine iconica e ispirata all’arte neoplastica e costruttivista, con forme geometriche pure e razionali, linee verticali e orizzontali predominanti, e una palette di colori perlopiù freddi e desaturati. L’immagine deve rappresentare in modo concettuale e unitario le seguenti entità:
1. Un cervello stilizzato: Raffigurato come un insieme di blocchi geometrici interconnessi, simbolo della psicologia cognitiva e della salute mentale.
2. Figure umane astratte: Due o tre sagome umane stilizzate, composte da rettangoli e linee, che interagiscono tra loro o con l’ambiente, rappresentando la psicologia comportamentale, i traumi e l’interazione sociale.
3. Una croce medica stilizzata: Formata da linee ortogonali, simbolo della medicina e della cura.
4. Un ingranaggio o una serie di ingranaggi interconnessi: Simbolo dell’integrazione dei servizi e della complessità del sistema sanitario.
5. Un albero stilizzato o elementi naturali geometrici: Rappresentante la prevenzione e la promozione della salute, con radici che si estendono verso il basso e rami che si protendono verso l’alto.
L’immagine deve essere semplice, facilmente comprensibile e priva di testo.”]
Buone Pratiche e Prospettive Future
Nonostante le criticità, esistono esempi virtuosi di promozione della salute mentale che possono fungere da modello. Due progetti piemontesi, la Montagnaterapia e Vineyard, hanno ricevuto il riconoscimento di “buona pratica trasferibile” da Dors. Questi progetti si distinguono per l’attenzione al contrasto delle disuguaglianze, uno sguardo sistemico orientato alla comunità e al territorio, e l’integrazione socio-sanitaria. Essi prevedono più livelli di intervento (individuale, sociale, ambientale), la collaborazione con le realtà locali e la realizzazione di azioni concrete orientate alla recovery sociale/relazionale e all’empowerment personale e professionale, valorizzando il ruolo degli esperti per esperienza.
Il progetto di Montagnaterapia, avviato nel 2020 presso il DSM della Struttura di Psichiatria Area Nord dell’ASL Cuneo 1, si fonda sulla concezione innovativa che le attività connesse all’ambiente montano possano rivestire una funzione terapeutica, riabilitativa, educativa o preventiva, in particolare per i soggetti più vulnerabili, se esperite attraverso il cammino e in una dimensione collettiva. Questo progetto, riconosciuto come Buona Pratica Trasferibile nel 2022, mira a migliorare le condizioni psico-fisiche e promuovere uno stile di vita salutare nei pazienti del DSM.
Il progetto Vineyard, sempre dell’ASL Cuneo 1, propone la coltivazione della vite come mezzo per la recovery, intesa quale percorso evolutivo che supera il disagio psichico, incentrato sulla crescita individuale di nuove significazioni e competenze, e sul recupero di un’immagine positiva di sé. La fase pilota, condotta nel 2022, ha consentito di testare il potenziale dei “paesaggi terapeutici” e dei luoghi che favoriscono il benessere (come il vigneto, con il suo intrinseco valore simbolico), attivando collaborazioni con enti e organizzazioni del territorio. La seconda edizione, di portata maggiore, si è svolta nel territorio cuneese delle Langhe e del Roero nel biennio 2023-2024, confermando la validità del modello di intervento.
Queste esperienze, pur essendo “prassi isolate” rispetto all’organizzazione generale dei servizi di salute mentale, rappresentano progetti innovativi e sperimentali che aprono prospettive promettenti, specialmente in un ambito dove fare prevenzione e promozione è una vera sfida culturale e organizzativa. La direttrice Donetti ha riaffermato che la salute mentale è una questione di grande complessità e che l’obiettivo è riuscire a identificare prontamente i bisogni emergenti, soprattutto tra i giovani, e a costruire servizi integrati con un approccio comunicativo e di presa in carico omogeneo. Ha evidenziato l’indispensabilità di una solida alleanza tra le istituzioni, poiché la salute mentale non è una materia che compete solo al settore sanitario.
Oltre la Patologia: Un Nuovo Paradigma per il Benessere Mentale
Il dibattito sul Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030 ci invita a riflettere profondamente su come la nostra società intende e gestisce il benessere psicologico. È evidente che la salute mentale non può essere ridotta a una mera assenza di patologia, né può essere affrontata esclusivamente con un approccio medico-centrico. La psicologia cognitiva ci insegna che i nostri schemi di pensiero, le nostre credenze e le modalità con cui interpretiamo il mondo influenzano profondamente il nostro stato emotivo e comportamentale. Un trauma, ad esempio, non è solo un evento esterno, ma un’esperienza che riorganizza le nostre strutture cognitive e affettive, richiedendo interventi che vadano oltre la semplice somministrazione di farmaci. La psicologia comportamentale, dal canto suo, ci mostra come i nostri comportamenti siano appresi e possano essere modificati attraverso strategie mirate, spesso in contesti sociali e relazionali. La salute mentale, in quest’ottica, è un delicato equilibrio dinamico, influenzato da una miriade di fattori sociali, economici, culturali e ambientali.
Un concetto avanzato, ma fondamentale, che emerge da questa discussione è quello della salutogenesi, un approccio che si concentra sulle origini della salute piuttosto che sulle cause della malattia. Invece di chiederci “perché le persone si ammalano?”, dovremmo chiederci “perché le persone rimangono sane, nonostante le avversità?”. Questo cambio di prospettiva ci spinge a valorizzare i fattori protettivi, le risorse individuali e comunitarie che promuovono il benessere. L’integrazione dei servizi, la prevenzione primaria, il supporto tra pari e l’empowerment delle persone non sono solo belle parole, ma pilastri di un sistema che mira a costruire resilienza e a favorire la crescita personale. Dobbiamo chiederci: stiamo davvero investendo nella creazione di contesti che nutrono la salute mentale, o ci limitiamo a curare le ferite quando ormai sono profonde? La sfida è grande, ma la posta in gioco è il benessere di ciascuno di noi e della società intera. È tempo di unire le forze, superare le frammentazioni e costruire un futuro in cui la salute mentale sia una priorità autentica, non solo sulla carta, ma nella vita di tutti i giorni.








