- Nel 2023, si punta a valutazioni basate su evidenze scientifiche.
- Il 70% degli ex pazienti OPG ha difficoltà nel reinserimento.
- Smantellare i pregiudizi con la formazione e la sensibilizzazione pubblica.
La ridefinizione della pericolosità in psichiatria forense
La modernità ha acceso un faro investigativo sulla complessa intersezione tra salute mentale, diritti individuali e sicurezza sociale, ponendo in discussione la stessa nozione di pericolosità nel contesto psichiatrico e forense. Il dibattito, di vitale importanza sia per il panorama medico-legale che per la tutela dei diritti umani, si intensifica ogni qual volta un individuo precedentemente etichettato come “pericoloso” ottiene la libertà, generando apprensione nell’opinione pubblica e sollevando interrogativi sulla validità e l’etica delle attuali pratiche di valutazione.

Storicamente, la categorizzazione della pericolosità ha spesso confinato persone con disturbi mentali in strutture di detenzione, come gli ex ospedali psichiatrici giudiziari (OPG), in base a criteri che oggi sono oggetto di profonda revisione critica. Numerosi ambiti hanno percepito questi criteri come troppo ampi ed inclini a interpretazioni personali, risultando così in restrizioni prolungate della libertà personale, spesso prive di adeguati percorsi terapeutici o processi efficaci di reinserimento nella società. L’attenzione contemporanea è rivolta all’urgenza di implementare un approccio più articolato basato su evidenze scientifiche aggiornate, il quale deve considerare la varietà dei fattori implicati nei comportamenti complessi insieme alla fluidità dello stato mentale. Si tratta dunque non solo di un problema nel campo medico-legale, ma anche dell’emergere di interrogativi etici e sociali che coinvolgono i principi essenziali riguardanti giustizia e umanità.
Professionisti nella psichiatria forense, legali esperti nei diritti umani insieme a individui che hanno vissuto simili esperienze in situazioni detentive coatte concordano tutti sulla necessità impellente di superare un paradigma securitario, orientandosi verso uno più improntato alla terapia e alla riabilitazione. La valutazione del rischio si presenta non come una semplice diagnosi ma piuttosto come una valutazione intricata dalla quale dipende profondamente il destino delle persone coinvolte; questo influisce sulla loro opportunità d’integrazione sociale, oltre che sull’immagine collettiva che ne ha la società stessa.
Tra misure restrittive e percorsi di reinserimento sociale
La transizione da un modello custodialistico a uno incentrato sulla riabilitazione e l’integrazione sociale rappresenta una delle sfide più significative per i sistemi sanitari e giuridici contemporanei. Le vicende personali di coloro che hanno sperimentato la privazione della libertà a causa di un giudizio di pericolosità mettono in luce le profonde cicatrici lasciate da un sistema che, in passato, ha spesso privilegiato la custodia rispetto alla cura efficace. Questi racconti testimoniano non solo la sofferenza dovuta alla detenzione, ma anche le difficoltà estreme nel ricostruire una vita normale una volta riacquistata la libertà.

Molti individui, dopo anni trascorsi in strutture chiuse, si trovano ad affrontare il stigma sociale, la mancanza di competenze professionali aggiornate e l’assenza di reti di supporto adeguate, rendendo il percorso di reinserimento una vera e propria odissea. Il sistema degli OPG, per decenni, ha rappresentato il punto focale di questa problematica, ospitando persone non solo con gravi disturbi mentali ma anche individui coinvolti in vicende giudiziarie complesse. La loro chiusura, avvenuta in Italia nel 2015, ha segnato un passo fondamentale verso un approccio più moderno, spostando l’attenzione verso le Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza (REMS) e, più in generale, verso percorsi alternativi alla detenzione. Tuttavia, la sola chiusura delle strutture non è sufficiente. Occorre implementare e finanziare con decisione programmi di reinserimento efficaci, che prevedano non solo il supporto medico e psicologico, ma anche l’accesso a opportunità formative e lavorative, nonché a reti di supporto sociale.
Collaborazione multisettoriale
Il dialogo attivo fra servizi psichiatrici sul territorio, autorità giudiziarie e organizzazioni di volontariato si rivela fondamentale affinché il processo di reinserimento possa trasformarsi da semplice aspirazione a una realtà concreta, tangibile per ciascun individuo.
Il ruolo dei pregiudizi e degli stereotipi nella valutazione
La valutazione della pericolosità è un processo intrinsecamente complesso, pesantemente influenzato dai pregiudizi e dagli stereotipi che permeano la società e, purtroppo, talvolta anche le pratiche professionali. La rappresentazione mediatica, spesso distorta, delle persone con disturbi mentali come intrinsecamente violente o imprevedibili contribuisce a cementare una percezione negativa che può condizionare le decisioni degli operatori e l’opinione pubblica. Questa stereotipizzazione è particolarmente evidente nel linguaggio comune, dove termini come “folle” o “pazzo” vengono ancora usati con connotazioni dispregiative, perpetuando l’idea che la malattia mentale sia sinonimo di inaffidabilità o minaccia.

Un’analisi critica delle sentenze e delle diagnosi del passato rivela come, in molti casi, la “pericolosità” non fosse basata su una valutazione oggettiva e multifattoriale del rischio, ma piuttosto su preconcetti e paure sociali. Ciò ha portato a decisioni arbitrarie che hanno negato diritti fondamentali, come quello alla libertà, a individui che avrebbero potuto beneficiare di percorsi di cura differenti e meno coercitivi. È imperativo smantellare questi meccanismi pregiudizievoli attraverso una formazione continua per i professionisti del settore e una costante opera di sensibilizzazione pubblica.
- OPG: Ospedali Psichiatrici Giudiziari, strutture di custodia per individui con disturbi mentali e coinvolgimenti legali.
- REMS: Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza, alternative moderne agli OPG.
- Pregiudizi: Rappresentano delle opinioni precostituite o giudizi basati su schemi mentali consolidati, ma spesso privi di fondamento oggettivo.
In ambito psichiatrico forense contemporaneo, risulta imprescindibile l’impiego di strumenti per la valutazione del rischio caratterizzati da un’imparzialità assoluta e dall’applicazione rigorosa dell’evidenza empirica. È fondamentale evitare le insidie legate a conclusioni premature o ai condizionamenti dovuti agli stereotipi. L’affermazione della dignità e dei diritti intrinseci a ogni singolo soggetto—indipendentemente dalle sue eventuali patologie mentali—deve rappresentare il principio cardine su cui si basa qualsiasi intervento diagnostico o decisione presa in sede giudiziale. Trascurare tali valori conduce verso esiti potenzialmente ingiusti nella pratica giuridica, oltre che verso una carente efficacia nel settore sanitario.
Un approccio umanitario e individualizzato: la via da seguire
Il progresso nel campo della psicologia cognitiva, insieme alle pratiche della psicologia comportamentale, ai traumi psicologici e alla salute mentale collegata con gli aspetti medici ad essa afferenti, sollecita uno sviluppo verso metodologie che siano dettagliatamente umanistiche e personalizzate. È cruciale comprendere l’unicità dell’esperienza soggettiva ed elaborare risposte adeguate a ciascun individuo. L’applicazione rigida di provvedimenti coercitivi basati su semplici valutazioni riguardanti i livelli di pericolo si rivela insufficiente; pertanto è necessario disegnare itinerari terapeutici specifici che integrino la storia vissuta dall’individuo, nonché le sue potenzialità innate insieme alle eventuali fragilità all’interno del suo ambiente sociale. Le attuali proposte terapeutiche più innovative mettono in evidenza la centralità del concetto di recovery congiuntamente all’emancipazione dei pazienti stessi. Queste pratiche sostengono un coinvolgimento diretto degli interessati nel processo curativo, oltre al loro reinserimento efficace nella società. Tale approccio richiede l’abbandono definitivo dell’ottica patologizzante limitata esclusivamente all’analisi dei sintomi clinici, mirando piuttosto a una visione complessiva che riconosca il valore intrinseco delle capacità rimaste intatte insieme alle opportunità future per lo sviluppo individuale. L’obiettivo non è solo contenere il rischio, ma anche promuovere il benessere psicofisico e l’autonomia. Alternative alla detenzione, come le strutture residenziali a bassa intensità, i programmi di assistenza domiciliare integrata e i percorsi di giustizia riparativa, rappresentano strumenti preziosi per realizzare questa visione. Essi permettono di offrire supporto e cura in ambienti meno restrittivi, favorendo la continuità con la vita sociale e familiare dell’individuo e riducendo l’impatto traumatico della detenzione.
Un approccio veramente innovativo richiede anche un investimento significativo nella ricerca per sviluppare strumenti di valutazione del rischio sempre più sofisticati e basati su dati empirici, che possano guidare scelte terapeutiche e giudiziarie più consapevoli e meno arbitrarie. La promozione dei diritti umani e la lotta contro la stigma sociale sono aspetti inseparabili da questo processo di trasformazione.
In ultima analisi, si tratta di costruire una società che non abbandoni nessuno, ma che offra a ogni individuo la possibilità di riscattarsi e di vivere una vita piena e dignitosa, anche di fronte alle sfide più complesse della salute mentale.
Nel vasto e spesso tortuoso cammino della psiche umana, emerge una nozione fondamentale della psicologia cognitiva che merita la nostra attenzione: la potenza dei nostri schemi mentali. Questi schemi, vere e proprie strutture cognitive che organizzano le nostre conoscenze e aspettative sul mondo, giocano un ruolo cruciale non solo nella nostra percezione della realtà ma anche nella genesi di comportamenti e risposte emotive, specialmente in contesti di trauma o disagio psichico. Quando ci troviamo di fronte a individui con disturbi mentali, spesso tendiamo a innescare schemi mentali preesistenti, carichi di pregiudizi e stereotipi. È qui che la psicologia comportamentale ci ricorda come le nostre reazioni e i nostri giudizi non siano sempre frutto di una valutazione razionale, ma piuttosto risposte apprese, spesso rinforzate da narrazioni sociali e culturali. Riconoscere questa dinamica è il primo passo per un approccio più empatico e, soprattutto, più efficace.
Approfondendo ulteriormente, a un livello più avanzato, il trauma, che sia singolo o cumulativo, non è semplicemente un evento doloroso; è una riorganizzazione delle risorse cognitive e affettive dell’individuo. I sistemi di allerta del cervello, come l’amigdala, possono rimanere iperattivi, percependo minacce anche in situazioni non pericolose e alterando la capacità della corteccia prefrontale di regolare emozioni e comportamenti. Questo può portare a un senso di pericolosità intrinseca che l’individuo proietta sul mondo circostante e, talvolta, su se stesso.
La “pericolosità sociale” attribuita spesso in contesti forensi a chi ha subito traumi o soffre di disturbi mentali non è quindi solo una valutazione del rischio potenziale per gli altri, ma riflette anche la profonda disregolazione interna dell’individuo. La nostra capacità di comprendere e sostenere questi percorsi non deve limitarci alla sola gestione del rischio, ma deve estendersi a un impegno autentico per la riparazione di queste reti neuronali e cognitive danneggiate. È fondamentale esaminare il livello di impegno che intendiamo mettere in campo, come comunità, non soltanto per garantire la sicurezza, ma anche per promuovere un autentico reintegro umano. Questo implica riconoscere che una difesa collettiva efficace scaturisce dall’attenzione e dalla valorizzazione delle esigenze individuali.
- Guida sulla psichiatria forense nella pratica clinica, utile per approfondimenti.
- Documento sugli Stati Generali della salute mentale, utile per il tema.
- Documento del Ministero della Giustizia sul superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari.
- Linee guida SIP su psichiatria forense per valutazioni metodologiche e criticità.








